Raffaele Marmo Sarebbe stato sicuramente un saggio, determinato ed equilibrato Presidente della Repubblica: e, non a caso, nella primavera del 2013 fu il primo nome proposto da Pier Luigi Bersani e accolto con favore da Silvio Berlusconi. Doveva e poteva essere "anche" il garante di quel governo...

Raffaele

Marmo

Sarebbe stato sicuramente un saggio, determinato ed equilibrato Presidente della Repubblica: e, non a caso, nella primavera del 2013 fu il primo nome proposto da Pier Luigi Bersani e accolto con favore da Silvio Berlusconi. Doveva e poteva essere "anche" il garante di quel governo delle larghe intese (con tecnici di area dentro) dopo il naufragio di ogni altro tentativo di dare vita a un esecutivo politico. Ma furono proprio la bocciatura preventiva di Matteo Renzi e il "tradimento", nel segreto dell’urna, di una larga quota dei parlamentari del suo Pd a sbarrargli la strada del Quirinale. Eppure, Marini, ottenne ben 521 voti nel primo scrutinio, la maggioranza assoluta: sarebbe bastato che Bersani avesse mantenuto la sua candidatura fino alla quarta votazione e Franco Marini sarebbe salito al Colle.

Ma non andò così: di quella fase si ricordano sempre i 101 dem che non votarono Romano Prodi, ma la prima vittima del complottismo interno al Pd fu proprio Marini. Chi ebbe modo di incontrarlo in quelle giornate cruciali, tra Palazzo Giustiniani e l’Osteria Spiriti, non poté fare a meno di osservare, anche in quella decisiva occasione, la fierezza composta del "lupo marsicano" di fronte alla cocente delusione per essere stato abbandonato proprio dai "suoi". Nessun rancore, nessun personalismo, solo politica. Anche in quel passaggio. "Non volevano le larghe intese – spiegò a chi gli parlò – Ora, gli amici del Pd, dovranno accettare le larghissime intese con ministri politici". E così fu.