La foto del profilo di Maria concetta Riina e il padre in un'immagine d'archivio
La foto del profilo di Maria concetta Riina e il padre in un'immagine d'archivio

Parma, 17 novembre 2017 - Totò Riina è morto nella notte. Il boss corleonese, malato da tempo, era da 10 giorni in terapia intensiva nel reparto detenuti dell'ospedale di Parma. Ottantasette anni, di recente aveva subito due interventi chirurgici ed era in coma farmacologico tanto che, con il parere posititvo della Procura nazionale antimafia e dell'Amministrazione penitenziaria, il ministro della Giustizia Andrea Orlando aveva firmato il permesso perché i figli potesserlo assisterlo nella struttura sanitaria. Ma i familiari, ora chiusi nel massimo riserbo, non hanno visto il 'capo dei capi' prima della sua morte (sotto il post della figlia Maria Concetta che chiede silenzio). "Per me tu non sei Totò Riina, sei il mio papà. Ti voglio bene", scriveva ieri il figlio Salvo su Facebook in un messaggio poi cancellato. La Procura di Parma ha disposto per l'autopsia, perché si tratta "di un decesso avvenuto in ambiente carcerario e che quindi richiede completezza di accertamenti", ha spiegato il procuratore Antonio Rustico. Per procedere all'esame autoptico, in programma domani, il pm Umberto Ausiello ha ipotizzato il reato di omicidio colposo. Il fascicolo è a carico di ignoti. Non risulta per ora che sia stata chiesta una benedizione della salma e nessun religioso sarebbe stato interpellato nelle ultime ore del boss. La Chiesa, tramite monsignor Ivan Maffeis, portavoce della Cei, ha escluso funerali pubblici. "Da oggi l'Italia è un Paese migliore", ha detto il ministro dell'Interno Angelino Alfano. "Il mio pensiero va a tutte le vittime e alle loro famiglie", ha aggiunto. Intanto, a Ercolano, sono apparsi manifesti funebri che danno 'il lieto annuncio' per la morte del boss. 

Totò Riina, la storia. Dall'ascesa corleonese alle stragi

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'NON MI PENTO' - Considerato ancora il capo indiscusso di Cosa Nostra, Riina era in carcere in regime di 41 bis da 24 anni. Arrestato il 15 gennaio del 1993 dopo 24 anni di latitanza, stava scontando 26 condanne all'ergastolo, per decine di omicidi e stragi tra le quali quella di viale Lazio, gli attentati del '92 in cui persero la vita Falcone e Borsellino e quelli del '93 di Milano, Roma e Firenze. Sua la scelta di lanciare un'offensiva armata contro lo Stato nei primi anni '90.

Riina non si è mai pentito. Solo tre anni fa, dal carcere parlando con un co-detenuto, si vantava dell'omicidio di Falcone e continuava a minacciare di morte i magistrati, come il pm Nino Di Matteo. Per decenni, dalla latitanza ha gestito con Bernardo Provenzano - già deceduto - la mafia siciliana e continuava a essere un punto di riferimento. "Io non mi pento... non mi piegheranno. Non voglio chiedere niente a nessuno. Mi posso fare anche 3000 anni, non 30", aveva detto il capo di Cosa nostra alla moglie in un colloquio video-registrato nel carcere di Parma dello scorso 27 febbraio.

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Proprio per questo motivo nel luglio scorso il tribunale di Sorveglianza di Bologna aveva rifiutato la richiesta di detenzione domiciliare presentata dai legali del boss per ragioni di salute. Nonostante l'età e le sue condizioni di salute, per i giudici era ancora il Capo, ancora lucido ed "in grado di intervenire nelle logiche di Cosa Nostra" e peraltro curato nel migliore dei modi nell'ospedale emiliano. 

Il boss era ancora imputato in un processo, l'ultimo a suo carico, quello sulla presunta trattativa Stato-Mafia. 

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GRASSO: NON SMETTIAMO DI CERCARE VERITA' - Per il presidente del Senato, ex magistrato ed ex Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso "la pietà di fronte alla morte di un uomo non ci fa dimenticare quanto ha commesso nella sua vita, il dolore causato e il sangue versato. Porta con sé molti misteri che sarebbero stati fondamentali per trovare la verità su alleanze, trame di potere, complici interni ed esterni alla mafia, ma noi, tutti noi, non dobbiamo smettere di cercarla".

BINDI - "La fine di Riina non è la fine della mafia siciliana che resta un sistema criminale di altissima pericolosità", chiarisce il presidente della commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi, ricordando che "Totò Riina è stato il capo indiscusso e sanguinario della Cosa Nostra stragista. Quella mafia era stata già sconfitta prima della sua morte, grazie al duro impegno delle istituzioni e al sacrificio di tanti uomini coraggiosi e giusti".

LA SORELLA DI FALCONE - "Non gioisco per la sua morte, ma non posso perdonarlo - dice Maria Falcone la sorella del giudice morto nella strage di Capaci -. Come mi insegna la mia religione avrei potuto concedergli il perdono se si fosse pentito, ma da lui nessun segno di redenzione è mai arrivato". 

IL FRATELLO DI BORSELLINO - Con la morte di Riina "scompare un'altra cassaforte dopo quella vera scomparsa dopo la sua cattura", commenta Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. "Ci saranno tante persone che gioiranno del fatto che Riina, morendo, non potrà più parlare" . Da Borsellino poi l'affondo contro la "distruzione delle intercettazioni di Napolitano: se fossero state rese pubbliche avremmo potuto avere le idee più chiare su quegli indicibili accordi di cui scrisse il suo consigliere politico D'Ambrosio prima che un 'provvidenziale' infarto lo portasse via". 

ULTIMO - Il Capitano Ultimo, colonnello Sergio De Caprio che arrestò Riina, la morte del capo dei capi "è una questione che riguarda lui, la sua famiglia e Dio. Non ho niente da dire".