Il centro di detenzione libico, il racconto (Ansa)
Il centro di detenzione libico, il racconto (Ansa)

Palermo, 16 settembre 2019 - Tre migranti ospiti dell'hotspot di Messina sono sospettati di essere gli aguzzini di un campo di prigionia libico. La Dda di Palermo, guidata da Francesco Lo Voi, ha contestato ai 3, riconosciuti da alcune vittime, l'ipotesi di reato di sequestro di persona, tratta di esseri umani, e per la prima volta, da quando nel 2017 è stato introdotto nel codice penale italiano, il reato di tortura. 

I tre fermati in collaborazione con la Procura di Agrigento, sono il 22enne Mohamed Condè, detto Suarez, della Guinea, il 26enne Hameda Ahmed, egiziano come Mahmoud Ashuia, di 24 anni. 

Il provvedimento, disposto dal procuratore aggiunto Marzia Sabella e dai sostituti Calogero Ferrara e Gianluca Caputo, fa seguito ai racconti di alcuni migranti salvati dalla nave "Alex & Co", della Ong Mediterranea Saving Humans, e sbarcati a Lampedusa tra il 5 e il 7 luglio scorsi. 

Mohamed Condè, detto Suarez, riconosciuto da 5 persone, si occupava di imprigionare i migranti, di torturarli e di riscuotere i riscatti che venivano richiesti ai familiari dei detenuti. Hameda Ahmed era un carceriere e si occupava di cucinare i pasti per i migranti prigionieri, mentre Ashuia era lo spietato guardiano della prigione di Zawyia, che picchiava brutalmente i migranti anche servendosi di un fucile, oltre a essere quello che distribuiva il rancio. I migranti hanno raccontato di essere stati torturati, picchiati, di aver visto morire compagni di prigionia. 

In Libia c'è un gruppo criminale "strutturato e composto da esponenti di diverse nazionalità" scrivono i pm nel provvedimento di fermo. Le indagini hanno appurato che "l'associazione era capeggiata da tale Ossama, e dedita alla gestione di un illegale centro di prigionia, collocato in una ex base militare della città libica di Zawyia, dove centinaia di migranti, che tentavano di imbarcarsi per raggiungere le coste italiane, venivano privati della libertà personale e sottoposti a sistematiche vessazioni e atrocità al fine di ottenere dai loro congiunti il versamento, in favore degli stessi associati, di somme denaro quale prezzo della liberazione e/o della loro partenza verso lo Stato italiano, ovvero, in assenza del pagamento, venivano alienati ad altri trafficanti di uomini per il loro sfruttamento sessuale e/o lavorativo o talora uccisi".

Le vittime hanno raccontato di atroci violenze fisiche o sessuali, e di aver assistito all'omicidio di decine di migranti. Per chiedere il riscatto alle famiglie dei prigionieri, i carcerieri usavano un "telefono di servizio", tramite il quale migranti potevano contattare i loro congiunti, controllati, e convincerli a pagare il riscatto. Inoltre ai parenti venivano inviate le foto con le immagini delle violenze subite dai propri cari. Chi non pagava veniva ucciso o venduto ad altri trafficanti.

RACCONTI DELL'ORRORE -  "Le condizioni di vita all'interno di questo carcere erano dure. I carcerieri sono spietati", racconta una vittima dei tre fermati all'alba. "Ci davano da mangiare solo una volta al giorno e ciò non bastava per placare la nostra fame, mentre l'acqua era razionata e non era affatto potabile, poiché bevevamo l'acqua del rubinetto del bagno. Tutti i giorni venivamo, a turno, picchiati brutalmente dai nostri carcerieri. Il motivo era da ricondurre al fatto che noi dovevamo pagare il riscatto per la nostra liberazione".  

"Ho subito delle vere e proprie torture che mi hanno lasciato delle cicatrici sul mio corpo. Specifico che sono stato frustato tramite fili elettrici. Altre volte preso a bastonate, anche in testa'', ha spiegato un altro profugo sentito dalla Squadra mobile di Agrigento, diretta da Giovanni Minardi. 

Una donna, arrivata nel luglio scorso a bordo della barca 'Alex&Co': ''Le condizioni di vita all'interno di questa prigione era durissime. Io non sono stata oggetto di violenza da parte dei carcerieri, anche se ho avuto modo di sentire che diversi migranti sono stati picchiati. Ho visto che tanti migranti malati non venivano curati. Non so se poi gli stessi siano deceduti o meno. Noi donne eravamo messe in disparte. Alla fine, io e mio marito, siamo usciti dal carcere perché abbiamo pagato il riscatto''. Solo dopo le vittime potevano proseguire il loro viaggio, con il rischio di essere nuovamente catturati dalla stessa banda.