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25 giu 2015

Legittima difesa delle divise

25 giu 2015

STRANO quel mondo – ironizzava un prelato – dove solo le donne vogliono fare il sacerdote, solo chi è sterile vuole figli, solo gli omosessuali anelano al matrimonio. Non meno strano parrebbe un mondo che volesse criminalizzare i poliziotti e proteggere i criminali. Avrebbe questo effetto il codificare il reato di tortura?
 
CERTO, per l’articolo 3 della Carta dei diritti dell’uomo, «nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti umani degradanti». E la Corte Europea ha così condannato lo Stato italiano per non avere adeguatamente sanzionato le efferate violenze poliziesche alla scuola Diaz, durante il G8 a Genova, accordando un risarcimento di 45mila euro ad Arnaldo Cestaro, che si lamentava «vittima di violenze e sevizie qualificabili come torture». La Cedu stigmatizza la «reazione delle autorità» come «inadeguata» sia a «sanzionare gli atti di tortura in questione» e «i trattamenti crudeli, inumani o degradanti», sia ad «assicurare l’effetto dissuasivo», giudicando «non proporzionate le sanzioni inflitte». Per la Cedu lo Stato aveva violato il dovere «di adottare un quadro giuridico adeguato». È questo il punto. Che non coincide necessariamente con formalizzare un reato di «tortura», così come di trattamenti crudeli o inumani o degradanti. Perché «tortura», come questi altri, è termine atecnico che designa una (tremenda) situazione di fatto da reprimere penalmente con previsioni di reato adeguate, e poco importa se terminologicamente coincidenti.
 
PER LA MACELLERIA messicana alla scuola Diaz le attuali norme in materia di lesioni, violenze, abusi, poi aggravati da sevizie e crudeltà, bastavano a buttar via la chiave. Non il nomen iuris dei reati contestati, ma il gioco delle prescrizioni e dei giudizi sulle prove (dunque, l’eccesso di garantismo e di durata dei processi) ha assicurato pene blande o nulle (tanto ai poliziotti quanto ai manifestanti violenti). Anche codificando la tortura, nulla sarebbe cambiato, essendo ogni singolo atto di tortura già autonomo reato. Da perseguire realmente, allora, non aggravando pene e prescrizioni, ma rendendo certa la pena e celeri i processi. Se ogni atto di tortura è già reato, evitiamo inutili previsioni nuove volte anche solo a criminalizzare la polizia. Non spaventerebbero i pochi poliziotti «che menano» e umilierebbero la quasi totalità degli altri, inducendoli a controproducenti comportamenti difensivi: dannosi, per la nostra sicurezza, quanto la medicina difensiva per la nostra salute. Né si può criminalizzare una azione di polizia anche minimamente brusca, ma poi assicurare sostanziale immunità a chi deride, umilia, manda all’ospedale gli uomini in divisa. Quelli «che menano», fra essi, sono pochi; tanti quelli impunemente malmenati, sputacchiati o feriti, allo stadio come sulla strada.


 
CI PROTEGGONO, massacrandosi, per stipendi da fame. Se si difendono, rischiano galera e divisa. Non induciamoli a voltarsi dall’altra parte. Perché un poliziotto minimamente vivace perde il posto. Chi lo attacca rischia poco e ha poco da rischiare. La tortura, certo, è anche psicologica. Che non lo sia, per le forze dell’ordine, vederla invocata in modo così distorto? Come per l’uomo che morde il cane, solo il tifoso o criminale malmenato fanno notizia; il poliziotto massacrato è invece normale amministrazione. Vogliamo svegliarci?

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