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2 ago 2022
2 ago 2022

Torna l’instabilità

2 ago 2022
Un comando a guida italiana responsabile della missione Kfor, che per la Nato si occupa dell’area Kosovo
Un comando a guida italiana responsabile della missione Kfor, che per la Nato si occupa dell’area Kosovo
Un comando a guida italiana responsabile della missione Kfor, che per la Nato si occupa dell’area Kosovo
Un comando a guida italiana responsabile della missione Kfor, che per la Nato si occupa dell’area Kosovo
Un comando a guida italiana responsabile della missione Kfor, che per la Nato si occupa dell’area Kosovo
Un comando a guida italiana responsabile della missione Kfor, che per la Nato si occupa dell’area Kosovo

Roberto

Giardina

Suonano le sirene nel nord del Kosovo, nella città di Mitrovica, al confine con la Serbia, per le strade si alzano barricate. I reparti della Nato nella zona sono in stato d’allarme. Si teme che oltre vent’anni dopo torni la guerra nei Balcani. Gli Stati Uniti hanno fatto pressione sul governo di Pristina per attenuare le provocazioni contro Belgrado. E tutto è rinviato di un mese, a settembre.

Ma la miccia non è spenta. In Kosovo è di stanza un contingente Nato, con nostri militari, 638 uomini e 230 mezzi. L’Ucraina può sembrare lontana nel cuore della Mitteleuropa (ma Chernobyl è più vicina a Milano e a Roma di quanto si crede). Il Kosovo è sull’altra sponda dell’Adriatico. Un focolaio di guerra alle porte di casa nostra. Nessun conflitto in Europa è locale. E Putin gioca come su una scacchiera. Appena in aprile, la Finlandia e la Svezia hanno annunciato di voler entrare nella Nato, subito si è acuita la tensione mai sopita tra Serbia e Kosovo. Una crisi che con effetto domino domani potrà tornare a coinvolgere i Balcani.

Una minoranza serba è presente in Bosnia, e una minoranza bosniaca in Serbia. E i rapporti sono sempre tesi anche tra Belgrado e Sarajevo. Per l’indipendenza dei kosovari, nel 1999 la Nato bombardò per due mesi Belgrado per obbligare Milosevic alla resa, e i nostri aerei parteciparono alle incursioni. Crollarono i ponti sul Danubio bloccando la navigazione fluviale dal Mar Nero al Mare del Nord, attraverso il Meno e il Danubio. Un colpo all’Europa. Il Kosovo divenne indipendente nel 2008, ma Belgrado non l’ha mai riconosciuto. Gli abitanti sono un milione e 800mila, di cui il sette per cento di origine serba, concentrato nelle regioni del nord. Il presidente Alexander Vucic, eletto a Belgrado in aprile con una maggioranza schiacciante (60 a 18), anche grazie alla fedeltà a Putin, denuncia che i serbi vengono discriminati, come i russi che vivono nel Donbass, in Ucraina.

La nuova tensione è stata provocata dalla decisione di Pristina di non riconoscere i passaporti serbi, se non accompagnati da un documento del Kosovo: "È un tentativo di destabilizzazione, una violazione della nostra sovranità", si indigna Vucic. Ma lo stesso avviene per i kosovari che vogliano entrare in Serbia. Belgrado conduce un doppio gioco: ha chiesto di entrare nella Ue, ed ha condannato formalmente l’invasione dell’Ucraina, ma è l’unico paese europeo con la Bielorussia, che non partecipa alle sanzioni contro Mosca. A Belgrado si ripetono le manifestazioni in piazza a favore dei russi. "Se la pace non potrà essere tutelata, la Serbia vincerà", ha dichiarato domenica Vucic. In caso di conflitto, è certo che Putin lo appoggerà.

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