Roma, 18 febbraio 2021 - Esopo scriveva di topi ma pensava agli uomini, come poi sulla falsariga Orazio e La Fontaine. Dalla notte dei tempi insistiamo nel trovare parallelismi fra la nostra vita e quella dei roditori, anche se a qualcuno fanno ribrezzo con quella codina nuda, le zampe rosa e l’opportunismo. La scienza ha addirittura stabilito che le rispettive cellule cerebrali sono simili. E allora dobbiamo valutare con grande attenzione i risultati dell’ultimo studio sul comportamento animale che rimette in gioco una vecchia questione e una metafora: chi è il più furbo fra il topo di campagna e il cugino di città? Nella fiaba alla fine svetta il primo, testimonial del vivere in santa pace e modestia al riparo dagli eventi della storia anziché nel lusso e nel batticuore. È smart chi si accontenta di ciò che ha e coglie l’attimo. La ricerca...

Roma, 18 febbraio 2021 - Esopo scriveva di topi ma pensava agli uomini, come poi sulla falsariga Orazio e La Fontaine. Dalla notte dei tempi insistiamo nel trovare parallelismi fra la nostra vita e quella dei roditori, anche se a qualcuno fanno ribrezzo con quella codina nuda, le zampe rosa e l’opportunismo. La scienza ha addirittura stabilito che le rispettive cellule cerebrali sono simili. E allora dobbiamo valutare con grande attenzione i risultati dell’ultimo studio sul comportamento animale che rimette in gioco una vecchia questione e una metafora: chi è il più furbo fra il topo di campagna e il cugino di città? Nella fiaba alla fine svetta il primo, testimonial del vivere in santa pace e modestia al riparo dagli eventi della storia anziché nel lusso e nel batticuore. È smart chi si accontenta di ciò che ha e coglie l’attimo.

La ricerca dell’Università di Potsdam e del Max Planck Insitute for evolutionary Biology, pubblicata sulla rivista Animal Behaviour, sembra invece riscattare i ratti urbanizzati: sono più intelligenti, riescono a risolvere meglio i problemi. Forse perché rispetto ai parenti poveri si sono adattati alla convivenza con gli umani. E qui il cerchio si chiude. Non è il caso di ricordare che ’rattus’ deriva da ’raptus’, che sta per furto, e ’mouse’ da ’muisen’, parola di origine balcanica che vuol dire rubare. Ognuno ha i riferimenti che si merita. E loro hanno preso come riferimento noi.

L’indimenticabile etologo Danilo Mainardi diceva che parlare bene dei topi è un po’ come parlare male di Garibaldi: si corrono rischi. Ma stavolta qualche rischio va corso. I muridi di città sono gente difficile e dotata, persino troppo. Il team di esperti tedeschi ne ha presi in esame 31: 14 catturati a Berlino e 17 nella campagna di Uckermark. Bene. Messi di fronte a un enigma i cittadini lo risolvevano nel 77% dei casi, i cugini solo nel 52%. Questione di allenamento. Quale sfida più grande si può immaginare per un topo che affrontare quotidianamente l’ambiente alterato dall’uomo?

Siamo noi i loro personal trainer ed è sempre la solita storia, che la racconti Esopo o lo scienziato: in città c’è più cibo ma è più difficile metterci le zampe sopra, di qui la necessità di farsi venire qualche buona idea. Nell’apologo morale il topo di campagna torna a casa dicendo di preferire lardo e fagioli in serenità che dolci e marmellata nell’angoscia (tutta quella musica, il latrato dei cani). Ma evidentemente è attorno ai topi di città che ruotano tutte le somiglianze fra le due specie.

E le nostre ossessioni, in testa quella descritta da Freud nell’ "Uomo dei topi" dove il suo caso clinico è tormentato dal supplizio orientale descritto da un capitano sadico: alcuni ratti vengono indotti a farsi strada nell’ano di un criminale. Perché proprio i topi? Facciamo qualche domanda. In "Maus" di Art Spiegelman topi sono gli ebrei perseguitati che scatenano la voglia di annientamento nei gatti (i nazisti). Nel poema "To a mouse" lo scozzese Robert Burn sovrappone la vita umana a quella del roditore (pene e dolori per entrambi) con un vantaggio per il secondo: non ricorda nulla. E John Steinbeck si aggancia alla stessa metafora per raccontare in "Uomini e topi" la storia di Lennie e George, trattati come roditori negli anni della Grande depressione. Illuminante per capire ancora meglio gli uomini è l’esperimento (chiamato in codice Universo 25) condotto da John Bumpass Calhoum.

Nel 1968 l’etologo californiano crea l’habitat ideale per 8 roditori, un vero paradiso per topi con acqua e cibo in abbondanza, nidi accoglienti e assenza di predatori. Li mette dentro e rimane a osservare. In poco tempo l’eden si trasforma in una megalopoli infernale, la popolazione raddoppia in due mesi, un anno dopo conta 620 individui che diventano 2.200. Poi, per ottime ragioni, comincia l’estinzione. Il centro di Universo 25 viene occupato da centinaia di maschi iper aggressivi che passano il tempo a mangiare e uccidere, le femmine cambiano continuamente nido e smettono di prendersi cura della prole, un gruppo di adolescenti si allontana dalla società e perde la voglia di riprodursi. E chi riesce a fuggire agli atti di cannibalismo pensa solo a curare il proprio aspetto fisico. "Fogna del comportamento" chiama Calhoun la distopia urbana dove anche i più intelligenti si arrendono. Vi ricorda qualcosa?