Jack e Rose in una celebre scena del film 'Titanic'
Jack e Rose in una celebre scena del film 'Titanic'

Bologna, 27 giugno 2020 - Claudio Bossi, storico del Titanic. Uno di quelli che sa tutto. “All’inizio è stata passione. Che è diventata un’ossessione, infine un lavoro”.

Ha un sito, ha scritto libri, migliaia di pagine, ha approfondito anche le storie degli italiani.
“Non sapremo mai con esattezza quanti fossero quelli che si sono imbarcati sul Titanic. Io, da amanuense, andando sui documenti e cercando gli atti di nascita, ne ho contati una quarantina”.

Tre gli scampati. Tra loro uno scultore di Arcisate, Emilio Portaluppi, siamo in provincia di Varese, casa sua. Gli ha dedicato una biografia, uscita pochi mesi fa.
“C’è un’ipotesi affascinante, che lui raccontava. Accreditava l’idea di una simpatia con lady Astor”.

Sta dicendo che il suo scultore potrebbe aver ispirato l'amore di Jack e Rose di Titanic, il film cult?
“Chissà... Di sicuro i due si conoscevano prima di imbarcarsi sul transatlantico.  Lui era stato invitato a tornare in America. La sera fatidica del 14 aprile avrebbe cenato con gli Astor nel ristorante di prima classe. Questo almeno raccontava. Ma non ci sono documenti che lo possano provare. Non sapremo mai se è vero. Anche se un indizio c’è: in paese lo avevano sempre battezzato come un grande raccontaballe, detto proprio in dialetto”.

Di certo c’è che si è salvato.
“E il 15 aprile festeggiava il suo compleanno, diceva che quel giorno era nato per la seconda volta. Dopo essere tornato in Italia dall'America per sempre, passava sei mesi dell’anno ad Alassio”.

Ora si prepara una nuova spedizione negli abissi, la compagnia americana che ha i diritti sui reperti vuol andare a prendere la voce del Titanic, il telegrafo di Marconi. 
“Intanto il sito del relitto è patrimonio Unesco. Io sono assolutamente contrario a recuperare oggetti o altro. Il Titanic è un monumento alla memoria,  va lasciato riposare in pace”.

Quell'oggetto è di straordinario interesse storico, però.
“Ma bisogna anche ricordarsi che il telegrafo di Marconi funzionava perché nelle viscere della nave c’erano i fuochisti che tenevano in funzione i generatori, fornivano la corrente elettrica necessaria alla trasmissione dei segnali”.

Sullo sfondo i due marconisti coraggiosi.
“Sicuramente hanno rischiato grosso. Lavoravano in una cabina elettrica con il pavimento bagnato. Ecco perché sono stati considerati eroi. Correvano grandi rischi, sono rimasti al loro posto fino all’ultimo”.