I rischi per i giovani sui social: i poliziotti scovano i pedofili mimetizzandosi in Rete
I rischi per i giovani sui social: i poliziotti scovano i pedofili mimetizzandosi in Rete

Firenze, 18 novembre 2019 - C’era una volta il giardinetto, l’uscita della scuola, il campetto. Oggi c’è internet, un mare pescoso per i pedofili 2.0. I pedofili stanno dove stanno ragazzine e ragazzini. Conoscono bene i loro gusti, intercettano i loro sogni, hanno imparato perfino il loro linguaggio. A suon di emoticon, arrivano ovunque. Ma sanno anche barare.

E "Tik Tok" è un’applicazione che ‘spacca’ tra i giovanissimi. E qui navigava quotidianamente S.S., 40 anni, fiorentino, spacciandosi per chi non è. La polizia postale di Firenze lo ha scovato nel mezzo ai selfie di adolescenti, tra sorrisi extralarge, palpebre che sbattono, labbra che intonano i versi della canzone del momento, essenza di questo social con 95 milioni di baby utenti in tutto il mondo. Ma anche mani fra i capelli, piccoli seni che s’intravedono, fianchi che si agitano. Ovviamente di adolescenti.

I cacciatori di ragazzini, su "Tik Tok" ci sguazzano. Quasi mai si presentano con le loro vere sembianze. Creano un profilo falso, o più di uno, e tendono la rete. Sanno fare il pischello smaliziato, o l’adolescente disinibita, dipende da chi vogliono adescare.
Si annidano nei social network, quelli che sembrano innocui, o nelle chat dei giochi, spacciandosi per coetanei delle loro vittime. Innescano con loro il gioco della condivisione. Passioni, pulsioni e foto. Fino ai video. Si chiama adescamento. È un allarme sociale, spesso sottovalutato. Troppo. Parte dagli investigatori del web, punta a raggiungere le famiglie. Nel mezzo, scuole e società sportive, che devono drizzare le antenne per capire dove e come è stato buttato un amo.

La norma su misura. Adescamento è il reato che il nostro codice penale ha introdotto nel 2012. Articolo 609 undecies. Rientra nel vasto terreno delle violenze sessuali e copre anche ‘solo’ lo scambio di materiale pornografico con un minore di anni 16. La polizia postale ipotizzando proprio l’articolo 609 undecies nei confronti di S.S. Che era attivo anche su Facebook, dove accanto alla sua foto e al suo vero nome, mostrava quella di un bambino disteso su un letto.

Ripercorrendo a ritroso la sua rete di contatti social, hanno scoperto che lui, come tantissimi altri, aveva in "Tik Tok" il suo territorio preferito. Fedele al copione sopra descritto. Talvolta maschio, talvolta femmina. Tutto per arricchire il suo aberrante archivio, sequestrato. E da analizzare, per capire se siano selfie carpiti con l’inganno o materiale prodotto da lui. L’ipotesi che farebbe stare ancora meno tranquilli. Ma di serenità ce n’è davvero poca, quando si parla di questi argomenti. Di “infiltrati” come S.S., il social ne è pieno. I poliziotti di internet ne vanno a caccia facendo esattamente come loro: mimetizzandosi in questa giungla con profili falsi, improvvisandosi agenti provocatori (andando per esempio a chiedere materiale pedo) o fingendosi anche loro ragazzini.