Marta Edda Valente estratta viva dopo le macerie il 6 aprile 2009 e oggi
Marta Edda Valente estratta viva dopo le macerie il 6 aprile 2009 e oggi

L'Aquila, 3 aprile 2019 - I cantieri e il silenzio. Le case tirate su in pochi mesi, in emergenza. Hanno avuto qualche guaio ma sono condomini veri, non casette, e hanno ospitato anche gli sfollati di Amatrice, quelli del terremoto 2016. E ancora la ricostruzione pubblica a rilento, una stima ottimistica prevede ancora quindici anni di lavori, va meglio per quella privata. Il terremoto dell’Aquila dieci anni dopo è una fotografia in chiaroscuro. Ci sono due ritmi diversi: la velocità nei nove mesi dell’emergenza, gestiti dal capo della Protezione civile Bertolaso; e il dopo. La struttura di missione della presidenza del Consiglio dà questa sintesi: gli edifici tornati agibili in città sono poco più di 15mila (erano quasi 25mila quelli oggetto di sopralluogo per l’agibilità); nei 56 Comuni del cratere sono oltre 5.700 su 22.600. Le macerie rimosse in questi anni sono 3,5 milioni di tonnellate.

Alle 3.32 del 6 aprile 2009 una scossa di magnitudo 6.3 distrusse la città e seminò morte nei paesi, provocando più di 67mila sfollati. Rasa al suolo Onna, 40 morti su 350 abitanti. Oggi se passeggi nel centro dell’Aquila cogli i segnali di ripartenza, ma sono confusi con i cartelli di vendesi e affittasi e ancora tanti buchi vuoti. I ragazzi che erano bambini ai tempi del sisma cercano nuovi luoghi di incontro, li vedi sotto i porticati o davanti alla basilica di Collemaggio, riaperta. Come la chiesa di Santa Maria del Suffragio anzi delle Anime Sante. Sei milioni e mezzo per il restauro con la cupola del Valadier, così complessa «che nemmeno i giapponesi si raccapezzavano», è orgoglioso Salvatore Provenzano, l’ingegnere che dirige l’ufficio speciale della ricostruzione. Convinto: «Abbiamo fatto tanto, forse non abbiamo saputo raccontarlo».

Marta Edda Valente, 34 anni, ingegnere gestionale. Oggi vive tra Pescara e Roma. Miracolata due volte, dopo la notte del 6 aprile 2009.

«Sono rimasta per 23 ore sotto le macerie, la casa dove vivevo era di quattro piani. I medici mi hanno detto: non camminerai più. Ho dovuto combattere, con tanta riabilitazione».

Cento giorni d’ospedale.

«Ero sempre ricoverata e zoppicavo ancora quando sono andata a fare un esame all’università, sotto le tende. Per quello ero rimasta all’Aquila nel fine settimana, di solito rientravo a casa, a Bisenti».

Temperamento d’acciaio.

Ride: «Edda è il mio secondo nome, significa guerriera. L’esame è andato bene, ho preso 30. Era il primo passo per riprendere gli studi e costruire il mio futuro».

Non parla volentieri di quella notte. Come si trova la forza di rialzarsi?

«Un evento così forte ti costringe a scegliere: devi decidere se fermarti o andare avanti. A 24 anni ti trovi sommerso da una situazione più grande di te. Io ho provato a trasformare questo grande dolore in qualcosa di positivo, per me e per gli altri».

Dopo il terremoto è rimasta all’Aquila.

«Mi sono laureata l’anno dopo con 110 e lode e una menzione speciale della Commissione. Poi ho scelto di iscrivermi a un corso di coach motivazionale».

La sofferenza che diventa forza per aiutare gli altri.

«È un campo che mi ha sempre appassionato. Indirizza chi si trova in un momento di confusione e ha bisogno di supporto. Aiuta a trovare ottimismo, a credere in se stessi».

Lei, più forte di una casa che le è crollata addosso.

«Il mio è stato un miracolo completo. Nel senso che è successo quel che è successo e ce l’ho fatta. Avevo una frattura a un soffio dal midollo, si è rinsaldata».

Si resta ammutoliti di fronte a questo mistero.

«Sono tante cose insieme, ti poni tante domande. Non so dare una risposta. Certo che dopo tutto questo si è grati alla vita, si è grati per sempre».

Nelle foto appare radiosa, tra gli amici, al lago o con le ciaspole.

«Ho imparato ad accettare le perdite. Nel terremoto ho perso le mie amiche, vivevamo insieme in una traversa di via XX Settembre».

La strada dov’era la casa dello studente, otto morti.

«Noi avevamo un appartamento in affitto. Ho perso gli affetti e tutto quello che possedevo. Vestiti, libri, computer. Sono ripartita da zero. Con le mie forze e con l’aiuto della mia famiglia. Mai avuto lo status di terremotata».

Perché non era residente.

«Questa è diventata la mia battaglia. Ho scritto alle istituzioni, il problema riguarda tante persone, tutti gli studenti fuorisede per esempio».

Cosa vorrebbe ottenere?

«Un riconoscimento. Uno status giuridico o un supporto economico per le spese sostenute, che sono state davvero tante. Quando sono uscita dall’ospedale, è ricaduto tutto sulle nostre spalle».

È la stessa battaglia dei superstiti di altre stragi.

«La soluzione potrebbe essere proprio un provvedimento ad hoc, come hanno fatto per Rigopiano, un emendamento con il decreto Milleproroghe. E si dovrebbe anche prevedere un’agevolazione per l’ingresso nel mondo del lavoro. Chi studia fa quello di mestiere. In un evento del genere, sei vittima della tua professione».

Prova rabbia verso lo Stato?

«Più che altro un senso di solitudine. Ci si sente abbandonati. Eppure l’articolo 1 della Costituzione mette l’uomo al centro. Servirebbero azioni concrete per dimostrarlo».

Ha mai pensato di lasciare l’Italia?

«Sono stata all’estero. Ma poi sono rientrata. Troppo importanti i legami, la famiglia soprattutto».

All’Aquila torna?

«Raramente. Quando lo faccio vedo una città in fase di ricostruzione. Vale per i mattoni ma anche per le persone. Noi studenti facevamo una bella vita, si stava bene. Spero con tutto il cuore che possa tornare a splendere».