Raffaele

Marmo

 "un condono" – ha scandito il premier Mario Draghi mettendoci la faccia e la responsabilità della decisione – ma lo dobbiamo fare "perché lo Stato non ha funzionato". Più nettamente di così è difficile dirlo. E, del resto, altrettanto chiaro e senza fronzoli e anch’egli mettendoci la faccia, è stato nei mesi scorsi il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, quando ha spiegato che si tratta di debiti fiscali vecchi o addirittura vecchissimi, inesigibili e che, però, determinano un ingolfamento del cosiddetto "magazzino" della Riscossione, con impiego di fatto a vuoto di personale che potrebbe essere utilizzato proprio per contrastare più proficuamente l’evasione fiscale.

Dunque, la scelta del governo di cancellare le cartelle di antica data, di importo limitato e di impossibile recupero ha ben poco, per non dire niente, a che fare con la giustizia fiscale, ma è tutta da ascrivere a quel criterio di sano e efficiente pragmatismo che caratterizza il modus operandi di Draghi non certo da oggi.

Solo un malcelato velo di ideologia astrattamente equitativa (in questo caso neanche classista, perché parliamo di contribuenti per lo più in condizioni disperate o molto disagiate) può sollecitare polemiche su un’iniziativa che innanzitutto gli addetti ai lavori, prima ancora dei politici, considerano utile e appropriata.