Un miliziano fedele a Ismail Khan pattuglia le strade di Herat
Un miliziano fedele a Ismail Khan pattuglia le strade di Herat
di Giampaolo Pioli Una dopo l’altra cadono nelle mani dei talebani le maggiori città afgane. Anche il Pentagono che sta ritirando tutti i soldati Usa entro la fine del mese, teme che la capitale Kabul potrebbe venir conquistata dai ribelli entro 90 giorni. Ma forse anche prima. L’accerchiamento dei guerriglieri islamici che hanno conquistato anche Kunduz e dominano il nord è brutale e strategico. Le forze afgane addestrate per anni dagli americani e dalla coalizione Nato, si arrendono a centinaia dietro la promessa che potranno tornare dalle loro famiglie se consegnano le armi. Il presidente...

di Giampaolo Pioli

Una dopo l’altra cadono nelle mani dei talebani le maggiori città afgane. Anche il Pentagono che sta ritirando tutti i soldati Usa entro la fine del mese, teme che la capitale Kabul potrebbe venir conquistata dai ribelli entro 90 giorni. Ma forse anche prima. L’accerchiamento dei guerriglieri islamici che hanno conquistato anche Kunduz e dominano il nord è brutale e strategico. Le forze afgane addestrate per anni dagli americani e dalla coalizione Nato, si arrendono a centinaia dietro la promessa che potranno tornare dalle loro famiglie se consegnano le armi. Il presidente Ashraf Ghani, mosso dalla disperazione, ha compiuto un coraggioso viaggio a sorpresa a Mazar-i-Sharif per invitare i suoi uomini a resistere e stringere un patto con i signori della guerra locali, se riusciranno a fermare le forze talebane.

Al loro passaggio scatta inarrestabile anche un esodo costante di migliaia di persone verso i paesi vicini. Il dipartimento di Stato Usa ha già deciso che la gigantesca ambasciata-fortezza a Kabul, una volta considerata la vera capitale protetta del Paese, dovrà subire un fortissimo ridimensionamento passando dai 6000 funzionari a poche centinaia di addetti, considerati indispensabili per gestire la sempre più massiccia richiesta di visti speciali da parte di interpreti e traduttori che durante la guerra hanno aiutato le truppe della coalizione intrnazionale, ma che adesso cercano rifugio in Usa e in Europa con le loro famiglie, perché i talebani li considerano traditori.

Ma se Kabul, dopo 20 anni, è alla vigilia di una nuova caduta, come se due decenni di guerra e centinaia di migliaia di morti non fossero serviti a nulla e non avessero lasciato alcun segno di civiltà, l’Europa e gli Usa si trovano comunque di fronte a una gravissima nuova crisi umanitaria dalle dimensioni preoccupanti. Il 5 agosto ben 6 paesi (Germania Olanda Austria Danimarca Belgio e Grecia) avevano chiesto alla Ue di proseguire col rimpatrio degli afgani, anche se i talebani stavano avanzando. Ieri Germania e Olanda hanno invece annunciato il dietrofront vista la drammatica situazione sul terreno. Una sospensione di almeno 6 mesi per evitare nuove vittime civili oltre alle migliaia che ogni giorno sono il bilancio costante di un conflitto senza soluzione di continuità.

Nel frattempo la situazione sul campo è devastante. Quasi irreale. Quello che l’America non riesce a spiegarsi è perché sulla carta, pur essendo 5 volte superiore di numero rispetto ai talebani e meglio armati (350.000 contro 75.000), l’esercito afgano fugga, facilitando l’avanzata degli uomini con i foulard neri. "Il futuro del Paese è nelle mani degli afgani. L’esercito – spiega la Casa Bianca – ha tutto quello che serve per contrastare i talebani". Il presidente Biden però non cambia idea e sostiene che il ritiro sarà completato in tempo. L’unico aiuto sono i bombardieri americani che continuano a colpire le postazioni dei guerriglieri in continuo movimento. Non hanno molto effetto, ma rallentano la loro corsa verso Kabul.