L’ex premier Giuseppe Conte, 56 anni, con l’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, classe 1975
L’ex premier Giuseppe Conte, 56 anni, con l’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, classe 1975
di Antonella Coppari È lo stesso Conte a disinnescare la bomba che il Fatto quotidiano ieri gli attribuiva: "O si cambia o non votiamo la fiducia". Dichiarazione esplosiva, che l’avvocato del popolo si occupa di smentire poche ore dopo: lavoro ad una mediazione sulla riforma della giustizia. È tuttavia difficile pensare che parole tanto pesanti siano inventate di sana pianta. L’altalena sembra indicare le difficoltà in cui si trova l’ex premier che tra domani e dopodomani tornerà a vedere i deputati M5s, e separatamente quelli in commissione giustizia dove l’ora della verità si avvicina. Oggi si riunisce l’ufficio di presidenza, pronto a confermare l’inammissibilità della richiesta forzista di allargare il perimetro...

di Antonella Coppari

È lo stesso Conte a disinnescare la bomba che il Fatto quotidiano ieri gli attribuiva: "O si cambia o non votiamo la fiducia". Dichiarazione esplosiva, che l’avvocato del popolo si occupa di smentire poche ore dopo: lavoro ad una mediazione sulla riforma della giustizia. È tuttavia difficile pensare che parole tanto pesanti siano inventate di sana pianta. L’altalena sembra indicare le difficoltà in cui si trova l’ex premier che tra domani e dopodomani tornerà a vedere i deputati M5s, e separatamente quelli in commissione giustizia dove l’ora della verità si avvicina. Oggi si riunisce l’ufficio di presidenza, pronto a confermare l’inammissibilità della richiesta forzista di allargare il perimetro della riforma all’abuso d’ufficio e a scremare gli emendamenti per ridurli a un centinaio.

La vera trattativa, però, in vista dell’approdo in aula venerdì, la gestisce Conte che ha sentito diverse volte in questi giorni Draghi e Cartabia e ieri ha fatto il punto con esponenti di governo e capigruppo M5s. A qualsiasi palazzo si bussi la risposta è uguale: siamo lavorando alacremente. Ma l’intesa ancora non c’è, benché sia necessaria anche per motivi tecnici: il regolamento della Camera non prevede un unico voto di fiducia su un maxi-emendamento, ma un voto di fiducia su ogni norma. Urge dunque compattezza. La linea del Piave per i grillini è quella indicata dal giornale più vicino al Movimento: eliminare l’improcedibilità per i reati di mafia e contro la p.a. Su questo piano un’intesa con il governo non sembra sia possibile. Non significa che premier e guardasigilli intendano difendere alla lettera il testo della riforma. Modifiche sono possibili ed è soprattutto il Pd a sfornare proposte. La norma transitoria che allungherebbe i tempi fino al 2024 è già nota e al Nazareno sono ottimisti, anche se giovedì la Cartabia aveva frenato. Un’ipotesi che piacerebbe ai 5s sarebbe uno slittamento della riforma al 2024. Qui però Palazzo Chigi è tassativo: non se ne parla. Diverso il discorso per quanto riguarda i processi particolarmente complessi. Tutti fanno capire che lì un punto critico c’è: ne è convinto il Colle, lo pensano Draghi e la Cartabia. C’è la disponibilità al ritocco, ma c’è modifica e modifica. Il prolungamento dei tempi prima dell’improcedibilità di un anno in Appello e di sei mesi in Cassazione per i processi complessi – quasi tutti quelli di mafia e molti della Pa – è plausibile. Uno slittamento di due anni è meno realistico e l’esclusione dall’improcedibilità sembra fuori discussione. Ma è la linea dietro la quale si è trincerato Conte. Se, come è probabile, i 5s non otterranno lo stralcio "almeno" dei processi per mafia dall’improcedibilità, si aprirà un gioco diverso.

Da qui alla prima settimana di agosto, quando nelle intenzioni del governo la riforma dovrà essere approvata, Conte si troverà di fronte a una scelta difficile: la fiducia passerà anche senza M5s, ma votare contro (ed anche astenersi) vorrebbe dire porsi di fatto fuori dalla maggioranza e dal governo. "Quando mai Di Maio schioda – ironizza Renzi – il Pd scelga tra Conte e Draghi". Votare la fiducia però significa scontare un dissenso robusto: una trentina ii deputati pronti a votare no, ma potrebbero aumentare. Se così fosse, il momento della verità verrebbe rinviato all’autunno quando a votare sarà il Senato, dove i numeri dei “contiani“ sono più forti. Oggi l’ex premier, per cui invita a tifare il sottosegretario pentastellato Sibilia ("fidiamoci di luí"), può trincerarsi dietro l’impegno a cercare ancora di modificare la legge al Senato e rinviare così la scelta. In autunno non gli sarà più possibile.