Raffaele

Marmo

Quando si tratta di droga e dei suoi surrogati (ma non solo), la politica italiana balbetta, oscillando tra improbabili via libera alla coltivazione della cannabis a casa (ma solo quattro piantine, mi raccomando, con un poliziotto a contare su ogni balcone) e la pilatesca via di fuga del referendum che permette ai partiti di lavarsene le mani. Un doppio percorso ipocrita e minimalista che non serve ad affrontare il vero nodo della drammatica situazione che coinvolge sempre più ragazzi e sempre più famiglie. Ebbene, il punto focale è che le ricette decennali fin qui perseguite per contrastare il consumo di stupefacenti si sono rivelate ampiamente fallimentari. Basti pensare che la sola diffusione della marijuana si è moltiplicata all’infinito e il fumo di uno "spinello" è diventato di fatto un’abitudine di larga massa. Ma non è con la reintroduzione di una versione riveduta e aggiornata della formula della "modica quantità", che si può tentare di arginare o controllare o far finta di liberalizzare il consumo della marijuana. Se si ritiene che, almeno per quanto riguarda la cannabis, si voglia provare una soluzione non proibizionista, anche solo in termini sperimentali, si abbia il coraggio di andare in questa direzione fino in fondo e di assumersi la relativa responsabilità. Affidare alla coltivazione minima o al referendum la via d’uscita è solo la prova di una politica che mette la testa sotto la sabbia.