La crisi nei pronto soccorso
La crisi nei pronto soccorso
Un’emorragia di medici dai pronto soccorso: ne mancano quattromila. Ma la carenza di personale non è l’unico problema. Se sino a oggi si temeva il rischio di un collasso del sistema territoriale e ospedaliero, ora il crollo è cominciato. Il sistema di emergenza urgenza è nell’occhio del ciclone. A farne le spese sono gli stessi operatori ma anche i cittadini per i quali entrare in pronto soccorso rischia di trasformarsi in una via crucis, con attese estenuanti. Servono provvedimenti urgenti, come sottolinea il presidente della società di medicina di emergenza urgenza Simeu, Salvatore Manca. Con lui abbiamo realizzato il decalogo della crisi. Fuga di professionisti È legata principalmente allo stress lavorativo dei professionisti del pronto soccorso. Uno stress iniziato con il periodo Covid "in cui ci siamo dovuti inventare il doppio percorso per curare tutti, pazienti Covid e pazienti con altre...

Un’emorragia di medici dai pronto soccorso: ne mancano quattromila. Ma la carenza di personale non è l’unico problema. Se sino a oggi si temeva il rischio di un collasso del sistema territoriale e ospedaliero, ora il crollo è cominciato. Il sistema di emergenza urgenza è nell’occhio del ciclone. A farne le spese sono gli stessi operatori ma anche i cittadini per i quali entrare in pronto soccorso rischia di trasformarsi in una via crucis, con attese estenuanti. Servono provvedimenti urgenti, come sottolinea il presidente della società di medicina di emergenza urgenza Simeu, Salvatore Manca. Con lui abbiamo realizzato il decalogo della crisi.

Fuga di professionisti

È legata principalmente allo stress lavorativo dei professionisti del pronto soccorso. Uno stress iniziato con il periodo Covid "in cui ci siamo dovuti inventare il doppio percorso per curare tutti, pazienti Covid e pazienti con altre patologie, creando un sovraccarico enorme per il personale".

Stress

All’elevato impegno non è corrisposta una soluzione delle problematiche. I medici, ma anche gli infermieri, con un mercato del lavoro che si è aperto a nuove prospettive hanno cominciato ad abbandonare. "Abbiamo un tasso elevatissimo di uscite in tutte le regioni e in particolare in Toscana, Sardegna, Lazio. Addirittura ci sono casi di primari che hanno rinunciato per l’impossibilità di gestire i carichi di servizio e la turnazione del personale".

Le alternative

I medici di pronto soccorso hanno cominciato a migrare verso le discipline specialistiche e la medicina di base. "Perché offrono di meglio, non c’è lo stress continuo nel seguire tanti pazienti con patologie diverse contemporaneamente, c’è molto più tempo libero da dedicare alla propria vita. Teniamo conto che dobbiamo fare almeno due notti a settimana e abbiamo un solo week end libero al mese".

Aggressioni

L’ultima si è verificata ieri all’ospedale di Careggi, a Firenze. "Ma le aggressioni che emergono sono solamente la punta dell’iceberg. Molte non vengono neppure denunciate. Sono quasi continue le aggressioni verbali che causano un ulteriore stress emotivo nel personale incolpevole dei lunghi tempi di attesa a sua volta provocati dalla carenza di personale e di posti letto liberi".

Cause civili

La medicina difensiva è un altro argomento. "Si richiedono molti accertamenti per paura di contenziosi legali in continuo aumento. La richiesta di accertamenti rallenta ulteriormente il sistema perché bisogna attendere i risultati prima di decidere l’iter del paziente".

In barella per ore

"Purtroppo molte volte i risultati degli accertamenti arrivano dopo tante ore, anche perché radiologie e laboratori sono a loro volta sovraccaricate. È un gatto che si morde la coda. E che risente delle carenze che ci sono nel territorio".

Casi inappropriati

"Il fatto che ci sia un rallentamento nell’offerta di servizi e accertamenti sul territorio ricade sui pronto soccorso. Se a un cittadino viene dato appuntamento dopo sei mesi o un anno per un’ecografia, decide di andare al pronto soccorso per trovare risposta".

Boom di accessi

"Dopo il periodo Covid abbiamo registrato un aumento di accessi elevatissimo, del 30%, anche rispetto ai periodi pre Covid".

Stipendi bassi

"I nostri stipendi sono in linea con quelli dei dirigenti medici ospedalieri. Solo che mentre i medici delle specialistiche fanno libera professione, noi non possiamo farla e non ci vengono neppure riconosciute le indennità di malattie infettive e di rischio. La nostra attività non è riconosciuta tra quelle usuranti, è ridicolo se si pensa al tipo di lavoro e all’impegno fisico e mentale di seguire tanti pazienti contemporaneamente e con patologie differenti ai quali fare diagnosi e dispensare terapie. Dobbiamo fare filtro e dimettere perché i posti letto sono stati tagliati. La notte chi fa le guardie in reparto ha anche momenti di riposo, noi no. E abbiamo anche reparti come le osservazioni brevi e le medicine d’urgenza da seguire. E’ chiaro che a queste condizioni si preferisca andarsene".

La prima cosa da affrontare

"Serve che la medicina del territorio si riappropri delle sue responsabilità perché non arrivino questa mole di pazienti in pronto soccorso. Una riforma che non può più attendere. Sulla dotazione organica non ci è mai stata data risposta, ma ora siamo al lumicino. In attesa che ci siano medici formati si deve consentire di venire a lavorare in pronto soccorso agli specializzandi dal terzo anno, come misura tampone. Poi è necessario un adeguamento salariale per la gravosità del lavoro al pronto soccorso e al 118".