L’ex ad delle Ferrovie dello Stato Mauro Moretti, 67 anni. Nella foto (2011) viene contestato dai familiari delle vittime
L’ex ad delle Ferrovie dello Stato Mauro Moretti, 67 anni. Nella foto (2011) viene contestato dai familiari delle vittime
di Paolo Di Grazia Lo stesso urlo, la stessa angoscia, lo stesso strazio. Il pianto disperato di Daniela Rombi, dinanzi ai suoi avvocati che le riferivano l’esito della sentenza di Cassazione, è stato identico a quello del 10 agosto del 2009 quando un medico le comunicò che sua figlia, Emanuela, 21 anni, non ce l’aveva fatta ed era deceduta un mese e mezzo dopo quella notte drammatica del 29 giugno 2009. Una data simbolo per l’Italia, quella del disastro ferroviario alla stazione di Viareggio: 32 vittime morte bruciate all’interno delle proprie abitazioni in un maxi rogo causato dal deragliamento di un treno merci e al conseguente rilascio di gpl. Per la giustizia...

di Paolo Di Grazia

Lo stesso urlo, la stessa angoscia, lo stesso strazio. Il pianto disperato di Daniela Rombi, dinanzi ai suoi avvocati che le riferivano l’esito della sentenza di Cassazione, è stato identico a quello del 10 agosto del 2009 quando un medico le comunicò che sua figlia, Emanuela, 21 anni, non ce l’aveva fatta ed era deceduta un mese e mezzo dopo quella notte drammatica del 29 giugno 2009. Una data simbolo per l’Italia, quella del disastro ferroviario alla stazione di Viareggio: 32 vittime morte bruciate all’interno delle proprie abitazioni in un maxi rogo causato dal deragliamento di un treno merci e al conseguente rilascio di gpl. Per la giustizia italiana quelle morti sono andate per adesso in prescrizione, una soluzione che sa di beffa per chi ha vissuto quella tragedia sulla propria pelle e che da quel giorno, illudendosi, si batte per avere verità e giustizia.

La sentenza della Corte di Cassazione pronunciata ieri pomeriggio ha avuto il potere di far nuovamente sprofondare nello sconforto più assoluto i familiari delle vittime e di riportare indietro le lancette dell’orologio della giustizia. Come se quasi 12 anni di indagini e ricerche di responsabilità portate avanti dalle Procure di Lucca e Firenze non ci fossero mai stati. Quasi del tutto cancellati. A iniziare dal riconoscimento dell’aggravante dell’incidente sul lavoro. Senza il quale il semplice omicidio colposo è già caduto in prescrizione. Per questo la Corte ha rimandato la gran parte degli imputati italiani e tedeschi all’Appello per la determina di una nuova pena legata all’unico capo d’imputazione rimasto in piedi: il disastro ferroviario colposo.

Ma è andata ancora meglio agli imputati eccellenti di questo processo, vale a dire Mauro Moretti, ex amministratore delle Ferrovie dello Stato (in Appello condannato a sette anni), il suo successore Michele Elia (6 anni in Appello) e Mario Castaldo (dirigente Trenitalia, anche lui 6 anni in Appello): per loro sarà rifatto un altro processo d’appello di merito (in altra sezione rispetto a quella che li aveva giudicati). Secondo la Cassazione ci sono dubbi che possano essere attribuibili a loro delle responsabilità. Colpe del disastro per la Cassazione, insomma, ci sono, ma sono riconducibili agli imputati tedeschi (il treno era della Gatx e la revisione venne fatta ad Hannover) e a qualche dirigente di secondo piano delle Ferrovie e di Cima Riparazioni (l’azienda che montò l’assile marcio sul treno della morte). Nessuna colpa invece dei dirigenti più in vista diversamente da quanto scritto da due precedenti sentenze. E ovviamente bisognerà attendere le motivazioni per capirne le ragioni. "È stata colpita in maniera radicale la sentenza della Corte di appello", così Franco Coppi difensore dell’ex ad di Fs e Rfi, Mauro Moretti che aggiunge: "Di fronte alla catastrofe dell’appello la Cassazione mi pare abbia rimesso molte cose a posto".

"Diteci perché i nostri cari sono morti. È una vergogna, i nostri familiari non lo meritavano. Li hanno ammazzati per una seconda volta. C’è qualcuno che dovrà fare i conti con la propria coscienza", ha continuato a urlare e a gridare Daniela Rombi che, ieri, è andata a Roma insieme ad altri familiari. Con i quali in vista del processo bis continuerà a lottare per avere giustizia e verità. Lo deve alla sua Emanuela e alle altre 31 persone (uomini, donne, bambini) che oggi non ci sono più.