L’interno della Banca nazionale dell’agricoltura devastato
L’interno della Banca nazionale dell’agricoltura devastato

Roma, 7 dicembre 2019 - Fu come entrare, di colpo, in uno di quei telegiornali in bianco e nero che avevano accompagnato prima la mia infanzia, poi l’adolescenza, infine la maturità. Avevo nove anni quando una bomba squassò la Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano, in Piazza Fontana. La prima strage in tempo di pace. La fine dell’innocenza, si disse e si scrisse poi. E una intera generazione, la mia, era cresciuta nello sgomento di una vana ricerca di una verità oscena. La pista anarchica. Il ballerino Valpreda. Le trame nere. I processi. I depistaggi. Le sentenze contraddittorie. Infine, l’amara consapevolezza che i presunti Buoni stavano, forse o meglio ancora senza forse, dalla parte dei Cattivi.

Ma dicevo di quei telegiornali, opachi come le cronache di una tragedia in cui l’unica cosa autentica era il sangue delle vittime. Eravamo ormai nella primavera del 1998. Quasi trent’anni dopo la carneficina. Stavo a Buenos Aires, per seguire un Gran Premio di Formula Uno, dovevo raccontare una vittoria di Michael Schumacher con la Ferrari. Ma una sera il taxista che doveva riportarmi dal circuito all’hotel se ne uscì con una proposta: le andrebbe di andare a mangiare qualcosa in un ristorante italiano? Lo gestisce un suo connazionale, un certo Giovanni Ventura...

Giovanni Ventura! Il misterioso editore padovano che per anni e anni avevo visto alla sbarra, nelle aule di quei tribunali che si affannavano a dribblare le trappole dei depistatori, i muri di gomma, le mezze verità, le bugie intere. Giovanni Ventura! Il sodale di Franco Freda, insieme al quale era stato processato per Piazza Fontana. Dopo un tremendo giro dell’oca, fra annullamenti e rinvii, entrambi erano stati assolti in Cassazione. E non potevano più essere sottoposti a giudizio per quella orrenda mattanza.

Nel 1998, però, erano state riaperte inchieste sulla strage. Affioravano faticosamente brandelli di verità. A meno che si trattasse di un caso di omonimia, non sarebbe stato male cercare di parlarne con l’imputato che non era più tale. No, niente omonimia. Seduto al tavolo del ristorante, con il taxista che parlava solo del Boca Juniors, il telegiornale in bianco e nero ricominciò da dove era stato interrotto, chissà da quanto tempo. Lo vidi e lo riconobbi: Giovanni Ventura era lì, era un suo diritto essere lì, non era un latitante. Pensai, ingenuamente!, che forse gli avrebbe fatto piacere riparlare di quella storia. Magari solo per riafferrare il filo di una memoria distorta, dispersa, sminuzzata fino a rendere impossibile, soprattutto per i più giovani, la percezione di un eccidio che aveva cambiato la storia d’Italia per sempre.

Venga domani pomeriggio, mi rispose, venga domani perché come vede adesso nel locale ci sta troppa gente. Venga, ma temo che resterà deluso. Tornai, all’ora fissata. Ventura aveva un’aria invecchiata, non era più il giovanotto inquietante dei telegiornali. Mi sembrava un naufrago scampato al peggio, per nulla disposto a ricordare in quali circostanze si era ritrovato nel cuore della tempesta. Al cui scatenarsi più di qualcuno non lo riteneva estraneo. Fu, come temevo, una conversazione molto breve. Mi lasciò spiegare chi fossi e che cosa cercassi, nella fatua innocenza del bambino del 12 dicembre 1969. Un bambino. E una mamma. La sua. Infatti mi disse: "Guardi, io di quella storia non intendo parlare mai più, in Italia ho ancora mia madre, che ha già sofferto troppo. Le sarei grato se non pubblicasse nemmeno una riga, la mia vita non è un affare pubblico". Misi via il taccuino. E pensai ad altre mamme, alle mamme, alle spose, alle sorelle e alle figlie delle vittime di Piazza Fontana. Ps. Ventura è morto a Buenos Aires nel 2010. Con i suoi segreti.