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7 giu 2022

Stop alle auto inquinanti dal 2035. L’Europa si divide, l’Italia anche

Domani a Strasburgo si vota sul pacchetto climatico, che bandisce i mezzi alimentati a benzina e diesel. Le misure previste dal piano Fit for 55 spaccano gli industriali e fanno litigare i partiti politici

7 giu 2022
Operaio al lavoro in uno stabilimento che produce batterie al litio per l’alimentazione di auto elettriche
Operaio al lavoro in uno stabilimento che produce batterie al litio per l’alimentazione di auto elettriche
Operaio al lavoro in uno stabilimento che produce batterie al litio per l’alimentazione di auto elettriche
Operaio al lavoro in uno stabilimento che produce batterie al litio per l’alimentazione di auto elettriche
Operaio al lavoro in uno stabilimento che produce batterie al litio per l’alimentazione di auto elettriche
Operaio al lavoro in uno stabilimento che produce batterie al litio per l’alimentazione di auto elettriche

di Elena Comelli

La strada dell’Europa verso un sistema industriale più competitivo e meno dipendente dalle importazioni di idrocarburi è ancora lunga, ma l’Europarlamento parte diviso sul pacchetto Fit for 55, con cui la Commissione vuole tagliare il 55% delle emissioni entro il 2030 rispetto al 1990. Il primo voto di domani a Strasburgo è solo l’inizio di un percorso che poi ripasserà dalla Commissione e dal Consiglio Ue, per arrivare alla promulgazione del pacchetto, se tutto va bene, entro fine giugno.

La proposta sugli standard di emissioni di CO2 per auto e furgoni è quella che fa più scaldare gli animi fra gli europarlamentari italiani, con la netta opposizione della Lega e l’adesione del Pd. "Il Fit for 55, in assenza di alternative a impatto zero disponibili per le imprese, è una follia che si tradurrebbe in un aumento di costi insostenibile per le aziende. Mentre Letta difende gli interessi di Bruxelles, la Lega pensa a quelli degli italiani", ha sostenuto Marco Campomenosi, capodelegazione leghista al Pe. La Commissione propone l’obiettivo di zero emissioni dal 2035, il che implica la fine delle vendite di auto diesel e a benzina, che sono all’origine del 29% delle emissioni totali di gas serra in Europa. Per arrivarci, entro il 2030 dovranno essere tagliate del 55% le emissioni dei nuovi veicoli, mentre nel 2035 dovranno essere azzerate. La maggior parte delle compagnie automobilistiche europee, del resto, ha già annunciato da tempo che smetterà di produrre auto con il motore a combustione interna entro quella data. Agli Stati membri viene chiesto di aumentare la capacità di ricarica attraverso le colonnine, che dovranno essere diffuse e disponibili a intervalli regolari sulle principali direttrici: ogni 60 km per l’elettricità e ogni 150 km per l’idrogeno. Il prezzo dei veicoli elettrici, secondo le stime, dovrebbe scendere costantemente in rapporto a quelli a idrocarburi, fino a diventare competitivo nel 2027.

In seduta plenaria, però, potrebbe passare l’emendamento secondo cui nel 2035 il 10% di veicoli messi in commercio potrà ancora funzionare col motore a combustione interna. Il punto dolente è soprattutto sulle ibride plug-in, le auto che possiedono sia un motore a combustione che uno elettrico, e che possono ricaricarsi da una fonte esterna, a cui la Commissione ha lasciato aperto uno spiraglio: sono incluse nel gruppo dei veicoli a basse emissioni di carbonio, ma solo fino al 2030, una tolleranza che potrebbe essere spostata al 2040. Non solo la francese Renault, ma anche la tedesca Bmw ha puntato molto sugli ibridi. Il divieto di vendita delle auto a motore a combustione interna non ha invece sconvolto Volkswagen, visto che la decisione è perfettamente in linea con le tempistiche del suo piano di transizione alla mobilità elettrica.

In Italia, è soprattutto l’indotto a rischiare, sia in Lombardia che in Emilia, tanto che l’Anfia si è schierata decisamente contro il pacchetto. Per il resto, lo scontro verte soprattutto sul sistema europeo per lo scambio delle quote di emissione Ets. In trecento amministratori delegati di altrettante aziende del settore manifatturiero Ue – tra cui molti italiani a cominciare da Arvedi – hanno firmato una lettera congiunta in vista del voto di mercoledì, preoccupati perché le attuali proposte sul tavolo avranno un "impatto negativo sulla loro competitività a fronte dei concorrenti internazionali che non hanno lo stesso livello di ambizione climatica europea".

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