Corrado Piffanelli Un brutto giorno del 2006 il pianeta si svegliò e capì che un intero mondo non esisteva più: la crisi dei subprime aveva spazzato via tutto. Il calcio oggi non vive un momento molto diverso. È tecnicamente fallito: i primi 12 club al mondo sono schiacciati da 7.2 miliardi di debiti. Qualunque azienda del mondo reale, a fronte di un indebitamento fuori controllo, vedrebbe le banche chiudere i...

Corrado

Piffanelli

Un brutto giorno del 2006 il pianeta si svegliò e capì che un intero mondo non esisteva più: la crisi dei subprime aveva spazzato via tutto. Il calcio oggi non vive un momento molto diverso. È tecnicamente fallito: i primi 12 club al mondo sono schiacciati da 7.2 miliardi di debiti. Qualunque azienda del mondo reale, a fronte di un indebitamento fuori controllo, vedrebbe le banche chiudere i rubinetti e la fine imminente.

Il calcio può permettersi una bolla più grossa perché ha un credito agevolato dalle ragioni del tifo e dell’immagine ed un bond emesso dalla Juve o dall’Inter non avrà mai lo spread di un titolo di stato. Ma non dura all’infinito.

E questo è il motivo per cui è incomprensibile come i calciatori top, che sono i principali beneficiari di questo sistema, non capiscano che oggi la sostenibilità del calcio è legata solo al contenimento dei costi che, per il 70-80%, sono dovuti ai loro ingaggi. Opponendosi aprioristicamente all’ipotesi di tagli, non solo rafforzano l’immagine nauseante di personaggi viziati e fuori dal mondo, cui prima o poi il loro pubblico si ribellerà, ma minano un sistema che altrimenti salta. Basta guardare cosa è successo al Jiangsu Suning o al Bordeaux. Il Covid non è la causa di questo dissesto: è la Sarajevo che fa esplodere una crisi dovuta a scelte dissennate. La rincorsa folle al debito per inseguire il top player di turno, il mercato fatto con i "pagherò", il continuo spostamento in avanti dell’orizzonte finanziario: con scadenze che finiranno per strozzare chi non taglia radicalmente col passato. La colpa alla fine è solo in parte dei giocatori. Lo è di più dei procuratori, irresponsabili moltiplicatori di sprechi e ingaggi, e dell’Uefa e della Fifa, incapaci di mettere un freno alle conseguenze della sentenza Bosman che di fatto garantisce al calciatore uno status giuridico da libero professionista, autorizzato a trattare al rialzo in ogni momento, ma anche la tutela del lavoratore dipendente. Troppo. Come per gli stadi: chi la capisce prima vincerà i prossimi dieci anni. L’Inter in questo senso stavolta è davanti.