Roma, 25 settembre 2021 - "Il compito della giustizia è identificare e colpire i reati, non processare la storia. Ci auguriamo che con la nuova sentenza di Palermo finisca il fenomeno di magistrati militanti e politicamente attivi che hanno tentato fino a oggi di fare sentenze di valore storico, ma non per la importanza della decisione di diritto, ma per la importanza del giudizio dato su un processo storico che, come tale, non spetta a loro giudicare". Il linguaggio è quello forbito e rotondo al quale ci ha abituato da decenni Rino Formica, l’ultimo grande vecchio del socialismo italiano, una voce eretica e lucida che non ha mai avuto peli sulla lingua verso nessuno. Ma, il giorno dopo le clamorose assoluzioni di tutti gli imputati eccellenti dell’inchiesta sulla trattativa Stato-Mafia, il verdetto dell’ex ministro è affilato come una lama. "Agli uomini dello Stato sacrificati – scandisce - nessuno sarà in condizione...

Roma, 25 settembre 2021 - "Il compito della giustizia è identificare e colpire i reati, non processare la storia. Ci auguriamo che con la nuova sentenza di Palermo finisca il fenomeno di magistrati militanti e politicamente attivi che hanno tentato fino a oggi di fare sentenze di valore storico, ma non per la importanza della decisione di diritto, ma per la importanza del giudizio dato su un processo storico che, come tale, non spetta a loro giudicare". Il linguaggio è quello forbito e rotondo al quale ci ha abituato da decenni Rino Formica, l’ultimo grande vecchio del socialismo italiano, una voce eretica e lucida che non ha mai avuto peli sulla lingua verso nessuno. Ma, il giorno dopo le clamorose assoluzioni di tutti gli imputati eccellenti dell’inchiesta sulla trattativa Stato-Mafia, il verdetto dell’ex ministro è affilato come una lama. "Agli uomini dello Stato sacrificati – scandisce - nessuno sarà in condizione di dare il riconoscimento dovuto per essere stati le vittime sacrificali della giustizia usata come arma politica".

La nuova sentenza, dunque, demolisce un teorema senza fondamento?

"Sarà necessario leggere le motivazioni della decisione. Ma si può dire che la sentenza di primo grado aveva un compito: quello di scrivere la storia. Questa nuova sentenza è la contro-storia. E toccherà alla Cassazione dire la parola definitiva, nel senso che potrà stabilire in via definitiva che le sentenze non possono scrivere la presunta vera storia politica della società italiana. Possono riguardare alcune storie interne alla storia, ma non possono essere la storia perché quest’ultima implica un giudizio che è superiore al giudizio della giustizia ordinaria, che deve colpire i reati, non i processi storici che sono soggetti a una valutazione politica, come tale mutevole nel tempo".

Come è che siamo arrivati a questo punto?

"Perché c’è stato negli ultimi trent’anni un uso politico della giustizia da parte della magistratura che è intervenuta nella e sulla politica in maniera intrusiva e incisiva, contraddicendo un principio che guarda caso proprio nello stesso giorno della sentenza veniva definitivamente assunto nella sia pure insufficiente riforma del ministro Cartabia: laddove si stabilisce che può essere rinviato a giudizio un indagato solo quando vi è la ragionevole possibilità di condanna".

Ritiene che sulla scorta di questo principio l’inchiesta Stato-mafia non sarebbe neppure cominciata?

"Ritengo di sì. È rilevante la norma che viene introdotta. È un ritorno allo Stato di diritto. È ugualmente significativo, però, considerare che dieci anni fa c’era un orientamento ampio di opinione pubblica a favore di quella costruzione fatta dalla magistratura militante e attiva della presunta vera storia d’Italia come storia di una politica che si era sposata e incrociata all’attività criminale della mafia in Italia. Oggi, principalmente per quello che è venuto fuori di male nella magistratura, siamo in un’altra prospettiva. Non è da escludere che consapevolmente o no questo doppio clima abbia influito anche sulle giurie popolari delle due sentenze".

Nel mezzo anni di gogna mediatica per uomini dello Stato dichiarati innocenti.

"Hanno costruito un teorema e un processo alla storia e alla politica e dopo sono andati alla ricerca di un responsabile da condannare. E in questo caso ci troviamo di fronte a servitori dello Stato che hanno dato il meglio del loro coraggio, della loro intelligenza, della loro saggezza per difendere lo Stato e che si sono trovati a essere strumenti utilizzati, nella loro vita, nel loro onore, nella loro dignità, per provare la condannabilità di uno Stato ritenuto criminale".

Ma, sul piano storico, lei che idea si è fatta di quello che è accaduto tra Stato e mafia in quegli anni?

"Quello che accade nella storia dei popoli, nella quale c’è sempre un intreccio tra i poteri nella società, intreccio che è nella natura nelle cose. Sia la parte perversa sia la parte virtuosa della società hanno punti di intreccio e di collegamento permanente. A volte contro i loro stessi interessi. Ecco perché lo Stato di diritto individua e separa le responsabilità che sono e devono essere identificabili compiutamente. Perché non si può confondere l’infiltrato per ragioni di sicurezza dello Stato nelle attività dell’anti-Stato (attività regolata da una legge) con la complicità e la contiguità con la mafia. Come non si può parlare di trattativa per i magistrati che operano con i pentiti. Non è la contaminazione dello Stato, ma è la forza dello Stato che cerca di imporre o raggiungere una collaborazione nella ricerca della verità".

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