Palermo, 19 luglio 2018  - Secondo i giudici della corte d'assise di Palermo che hanno depositato le motivazione della sentenza sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, l'invito al dialogo fatto dai carabinieri al boss Totò Riina dopo la strage di Capaci, sarebbe stato l'elemento che indusse Cosa nostra ad accelerare i tempi dell'eliminazione di Paolo Borsellino. 

Infatti come come sostenuto dalle difese degli ufficiali del Ros: "Non vi è alcun elemento di prova che possa collegare il rapporto 'Mafia e appalti' all'improvvisa accelerazione che ebbe l'esecuzione di Borsellino". Piuttosto "fu determinata dai segnali di disponibilità al dialogo, un cedimento davanti alla tracotanza mafiosa culminata nella strage di Capaci, pervenuti a Salvatore Riina, attraverso Vito Ciancimino, proprio nel periodo immediatamente precedente la strage di via D'Amelio". 

Sono tra le motivazioni del processo sulla trattativa tra Stato e mafia, depositate oggi, 26esimo anniversario della strage di via D'Amelio, dal presidente della Corte di Assise, Alfredo Montalto, allo scoccare dei 90 giorni previsti dalla pronuncia della sentenza, avvenuta il 20 aprile scorso, con la condanna, fra gli altri, del generale Mori, Marcello Dell'Utri e Massimo Ciancimino. 

Per i giudici, "non vi è dubbio" che i contatti fra Mario Mori e Giuseppe De Donno con Vito Ciancimino, "unitamente al verificarsi di accadimenti (quali l'avvicendamento di quel ministro dell'Interno che si era particolarmente speso nell'azione di contrasto alle mafie, in assenza di plausibili pubbliche spiegazioni) che potevano ugualmente essere percepiti come ulteriori segnali di cedimento dello Stato, ben potevano essere percepiti da Salvatore Riina già come forieri di sviluppi positivi per l'organizzazione mafiosa nella misura in cui quegli ufficiali lo avevano sollecitato ad avanzare richieste cui condizionare la cessazione della strategia di attacco frontale allo Stato". 

Inoltre i giudici sottolineno il fatto che tale indagine, mafia e appalti, "non era certo l'unica né la principale di cui Borsellino ebbe ad interessarsi in quel periodo, che nessun spunto idoneo a collegare tra la vicenda 'mafia e appalti' con la morte di Borsellino è possibile trarre dalle dichiarazioni dei tanti collaboratori di giustizia esaminati e cui, per altro, la vicenda 'mafia e appalti' è ben nota".

DELL'UTRI FAVORI' I PIANI DI RIINA - "Con l'apertura alle esigenze dell'associazione mafiosa Cosa nostra, manifestata da Dell'Utri nella sua funziona di intermediario dell'imprenditore Silvio Berlusconi nel frattempo sceso in campo in vista delle politiche del 1994, si rafforza il proposito criminoso dei vertici mafiosi di proseguire con la strategia ricattatoria iniziata da Riina nel 1992". Scrive la corte d'assise di Palermo nelle motivazioni della sentenza.

Infatti l'ex senatore azzurro è stato condannato a 12 anni di carcere per minaccia a Corpo politico dello Stato. Infatti secondo i giudici la disponibilità dell'imputato a porsi come intermediario tra i clan e Berlusconi pose inoltre "le premesse della rinnovazione della minaccia al governo quando, dopo il maggio del 1994, questo sarebbe stato appunto presieduto dallo stesso Berlusconi". 

Accolta in pieno quindi la tesi della procura secondo la quale Dell'Utri sarebbe stato la "cinghia di trasmissione" della minaccia di Cosa nostra all'ex premier. I giudici, poi, specificano che perché sussista il reato di minaccia a Corpo politico dello Stato non è necessario che la minaccia abbia effetti concreti, "ma è sufficiente che sia stata percepita dal soggetto passivo". Per i togati non è necessario che gli interventi legislativi del Governo Berlusconi o in sede parlamentare di Forza Italia "siano stati concretamente determinati dalla coartazione della libertà psichica e morale di auotodeterminazione dei proponenti per effetto della minaccia mafiosa".

BERLUSCONI SAPEVA - "Se pure non vi è prova diretta dell'inoltro della minaccia mafiosa da Dell'Utri a Berlusconi, perché solo loro sanno i contenuti dei loro colloqui, ci sono ragioni logico-fattuali che inducono a non dubitare che Dell'Utri abbia riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con l'associazione mafiosa Cosa nostra mediati da Vittorio Mangano". Scrive la corte d'assise di Palermo nelle motivazioni.

I ROS INCORAGGIARONO L'ATTENTATO - Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, i carabinieri condannati nel processo sulla trattativa Stato-mafia, agirono con "il dolo specifico di colui che abbia lo scopo di agevolare l'attività di un'associazione di tipo mafioso o che comunque abbia fatto propria tale finalità". Secondo la sentenza  stimolarono "il superamento del muro contro muro e quindi l'indicazione, da parte dei vertici mafiosi, delle condizioni per tale superamento".