di Riccardo Jannello Ha sparato perché è inciampato e così il proiettile uscito dalla sua Glock 9 millimetri nella casa di via Val Sillaro, alla periferia nord della capitale, ha ucciso il nipote di neppure sette anni. L’incidente è avvenuto giovedì verso le 10,30. L’agonia del bambino è durata trenta ore. Risponde fra le lacrime agli inquirenti Pierdomenico Tozzi, 76 anni, ex cancelliere della Procura di Roma, che è stato denunciato per omicidio colposo. Il figlio di suo figlio non ce l’ha fatta: le ferite alla testa erano talmente gravi che neppure una lunga operazione dei neurochirurghi dell’Umberto I l’ha salvato. La morte cerebrale...

di Riccardo Jannello

Ha sparato perché è inciampato e così il proiettile uscito dalla sua Glock 9 millimetri nella casa di via Val Sillaro, alla periferia nord della capitale, ha ucciso il nipote di neppure sette anni. L’incidente è avvenuto giovedì verso le 10,30. L’agonia del bambino è durata trenta ore. Risponde fra le lacrime agli inquirenti Pierdomenico Tozzi, 76 anni, ex cancelliere della Procura di Roma, che è stato denunciato per omicidio colposo. Il figlio di suo figlio non ce l’ha fatta: le ferite alla testa erano talmente gravi che neppure una lunga operazione dei neurochirurghi dell’Umberto I l’ha salvato. La morte cerebrale è stata dichiarata ufficialmente ieri mattina alle 9, ma già nella notte i sanitari avevano detto ai familiari che non ci sarebbe stato nulla da fare e che il piccolo viveva solo grazie alle macchine. Alle 15 il corpicino è stato portato all’obitorio. La famiglia ha concesso l’espianto degli organi: almeno qualcosa del piccolo vivrà in altri ragazzi e li salverà.

Lui non ce l’ha fatta. Il bambino era stato portato dal padre a trovare il nonno dove sarebbe dovuto rimanere tutta la giornata di giovedì. Da Palombara Sabina, dove la vittima viveva con la famiglia, il viaggio fino alla borgata Fidene non è lungo, quaranta minuti. Che cosa sia accaduto realmente nella casa di Tozzi lo stanno ricostruendo gli agenti del commissariato e quelli delle volanti, che erano intervenuti sul posto non appena ricevuta la segnalazione al 118.

Il nonno e il padre del bambino sono stati sentiti separatamente per confrontare le loro versioni e ad entrambi è stato eseguito il guanto di paraffina. Secondo il racconto del nonno, all’arrivo del nipote era impegnato nella pulizia della Glock, detenuta legalmente così come altre armi. Nella fretta di concludere l’operazione sarebbe inciampato e dalla pistola, carica, è partito il colpo letale. Ma gli inquirenti non escludono la possibilità che il colpo sia partito perché il piccolo era entrato in possesso dell’arma e il nonno voleva togliergliela. Il padre del piccolo al momento in cui è partito il colpo era in bagno e quando è corso fuori non ha potuto che vedere il figlio esanime a terra.

Il respiro era debole, la corsa dell’ambulanza all’Umberto I è stata veloce e quando è giunta era già stata approntata la sala operatoria di neurochirurgia. Ma il colpo conficcatosi nel cranio aveva già avuto conseguenze irreparabili. Il piccolo è così spirato nel reparto di terapia intensiva nonostante le cure dei medici. Le indagini proseguono coordinate dal sostituto procuratore Maria Monteleone e la polizia scientifica ha sequestrato sul luogo della tragedia i vestiti e le armi tutte detenute legalmente. Bisogna capire perché la pistola da cui è partito incidentalmente il colpo fosse carica.

A parte questo chiarimento nessun elemento porterebbe a pensare che non si sia trattato di un incidente; escluso lo sparo volontario. Il nonno è rimasto ore sotto choc e i medici hanno dovuto intervenire per calmarlo, mentre la disperazione della madre l’ha portata più volte durante le trenta ore di agonia a domandare incessantemente "È morto? È morto?". Si sarebbe poi scagliata contro il marito nei corridoi dell’ospedale gridando: "Perché lo hai portato lì?".