Carabinieri e specialisti della Scientifica sul luogo del duplice omicidio
Carabinieri e specialisti della Scientifica sul luogo del duplice omicidio
di Nino Femiani Il quartiere di San Vito a Ercolano è un grumo di villette nascoste tra pinete di pini, aceri e robinie, circondate da macchie di rosmarino e ginestra. A unire questi immobili, alcuni legali altri fuorilegge, è via Marsiglia, una stradina stretta, solo in parte asfaltata, che da Ercolano s’inerpica, con cento tornanti, fino alla sommità del Vesuvio. È qui che trovano la morte due giovani incensurati di Portici, Tullio Pagliaro, operaio al mercato dei fiori, 27 anni, e Giuseppe Fusella, 26, universitario prossimo alla laurea in Scienze economiche. Uccisi a colpi di pistola, mentre se ne stanno in auto a...

di Nino Femiani

Il quartiere di San Vito a Ercolano è un grumo di villette nascoste tra pinete di pini, aceri e robinie, circondate da macchie di rosmarino e ginestra. A unire questi immobili, alcuni legali altri fuorilegge, è via Marsiglia, una stradina stretta, solo in parte asfaltata, che da Ercolano s’inerpica, con cento tornanti, fino alla sommità del Vesuvio. È qui che trovano la morte due giovani incensurati di Portici, Tullio Pagliaro, operaio al mercato dei fiori, 27 anni, e Giuseppe Fusella, 26, universitario prossimo alla laurea in Scienze economiche. Uccisi a colpi di pistola, mentre se ne stanno in auto a chiacchierare, dal proprietario di una di queste villette.

L’uomo, Vincenzo Palumbo, un autotrasportatore di 53 anni, si insospettisce per la presenza dei due giovani in macchina. È passata l’1.30 nella notte tra giovedì e venerdì, e i ragazzi se ne stanno al buio, a ridosso di una villetta senza pretese, che porta ancora i segni dei lavori in corso. Palumbo non sa che Pagliaro e Fusella hanno da poco finito di giocare a calcetto e guardare Napoli-Bologna in un bar, un paio di tornanti sotto la sua abitazione. I due ragazzi si sono fermati a chiacchierare, chissà perché in quel punto appena rischiarato dal un lampioncino di casa Palumbo (forse avevano posteggiato lì la macchina). Probabilmente vogliono scaricare l’adrenalina della partita e fare sogni sul Napoli primo in classifica di cui sono supertifosi, forse parlano dei loro progetti per Ognissanti, o solo fumano l’ultima sigaretta, guardando le stelle sorvegliati dal profilo del vulcano. Pensieri che non collimano con quelli che affollano la mente di Palumbo. L’autotrasportatore – sposato con due figlie – vede l’auto ferma e due ombre che si muovono nell’abitacolo. Per lui non ci sono dubbi: sono dei ladri, come quelli che a settembre gli hanno fatto sparire l’automobile. La rabbia lo acceca, corre nel cassettone al piano e prende una pistola (regolarmente denunciata). Come un folle scende in strada, si piazza davanti all’automobile dei due ragazzi, arma spianata. Tullio e Giuseppe cercano di scappare, mettono in moto, ma Palumbo è più rapido e preme il grilletto, sei colpi. Per i due giovani non c’è scampo: raggiunti alla testa dalla gragnuola di piombo assassino esploso da uno che va ogni domenica a caccia e, a detta dei vicini, ha una mira infallibile.

L’auto scivola giù per qualche metro, poi finisce in un fossato perdendo una ruota. Il camionista-pistolero torna in casa e chiama i carabinieri: "Venite, ho sparato a due ladri sotto casa mia". La famiglia di Pagliaro è molto conosciuta, proprietaria di un lounge bar tra i più frequentati in città. Il Mamila è chiuso, davanti alla serranda uno dei cugini di Tullio scuote la testa: "Una morte assurda, uccisi perché parlavano". Palumbo viene interrogato a lungo in caserma di Torre del Greco dal pm Filippelli. Deve spiegare perché ha sparato per uccidere, senza essere stato minacciato. E perché, avendo la convinzione che fossero dei ladri, non ha chiamato le forze dell’ordine e ha cercato di farsi giustizia da solo. Per lui scatta l’iscrizione nel registro degli indagati con l’accusa di duplice omicidio.