di Antonella Coppari Era quello che ci voleva. Tanto per Sergio Mattarella quanto per Mario Draghi la vittoria degli azzurri a Wembley è la conferma che l’Italia ce la sta facendo. Nel Paese comincia a soffiare il vento giusto. Un calcio al virus, anzi una manata considerando il ruolo fondamentale di Donnarumma domenica sera. È il sentimento che si percepiva ieri nella cerimonia al Quirinale come in quella a Palazzo Chigi, dove il successo della nostra nazionale, appena tre anni fa nella polvere, sembra fatto apposta per simboleggiare la riscossa del paese europeo forse più provato dal virus. Sì, oggi tocca all’Italia stare sotto i riflettori: all’Italia tutta, a quella che vive di sport e a quella che lo sport lo vive. A Matteo Berrettini lo sconfitto (ma è uno sconfitto il primo italiano a giocare la finale del...

di Antonella Coppari

Era quello che ci voleva. Tanto per Sergio Mattarella quanto per Mario Draghi la vittoria degli azzurri a Wembley è la conferma che l’Italia ce la sta facendo. Nel Paese comincia a soffiare il vento giusto. Un calcio al virus, anzi una manata considerando il ruolo fondamentale di Donnarumma domenica sera.

È il sentimento che si percepiva ieri nella cerimonia al Quirinale come in quella a Palazzo Chigi, dove il successo della nostra nazionale, appena tre anni fa nella polvere, sembra fatto apposta per simboleggiare la riscossa del paese europeo forse più provato dal virus.

Sì, oggi tocca all’Italia stare sotto i riflettori: all’Italia tutta, a quella che vive di sport e a quella che lo sport lo vive. A Matteo Berrettini lo sconfitto (ma è uno sconfitto il primo italiano a giocare la finale del torneo singolare di Wimbledon in quasi un secolo e mezzo di storia?), alla squadra under 23 di atletica leggera che si è classificata al primo posto nel medagliere agli europei, e alle centinaia di persone assiepate per le vie del centro a far la ola al pullman scoperto che da Chigi riportava gli azzurri (sul quale hanno ospitato il tennista) all’Hotel Parco dei Principi per la cena con le famiglie.

Ore magiche, parafrasando la colonna sonora del nostro torneo. "Non è un giorno di discorsi, ma di applausi e di ringraziamenti", riassume il capo dello Stato. Che accoglie i "suoi" ragazzi nei giardini del Quirinale: "Avete meritato di vincere ben al di là dei rigori perché avete avuto due pesanti handicap: giocare in casa degli avversari in uno stadio come quello e il gol a freddo che avrebbe messo in ginocchio chiunque". Invece non hanno perso la testa. E hanno gettato il cuore oltre il catenaccio, il tifo e gli insulti degli inglesi. Quel cuore che spinge capitan Chiellini ad un pensiero bello e struggente: "Questa vittoria è per Davide Astori: lo conoscevo, avremmo voluto che fosse oggi qui con noi". O quello che induce Leonardo Bonucci a un confronto a tratti teso con il servizio d’ordine: i calciatori ci tengono a passare per le vie del centro e salutare e tifosi.

It’s coming Rome. Forse sarebbe più esatto dire home: siamo noi i campioni d’Europa, non gli inglesi. Noi: perché, come ripetono il capo dello Stato e Draghi, con il senso dell’unità nazionale si possono fare grandi cose. Orgoglio azzurro, quello costruito da Roberto Mancini che ha forgiato un gruppo granitico. Di riflesso orgoglio italiano. Nessuno si stanca di cantare in queste ore l’inno di Mameli: calciatori, Berrettini, atleti, tifosi. Ma c’è un motivo di soddisfazione in più che si respira tra Chigi e Quirinale. Lo scontro di domenica non è stato solo tra le nazionali di due Paesi, ma anche quello tra una nazionale targata Unione europea e la squadra di chi dalla Ue è uscito.

"La parata dell’ultimo rigore ha reso felici milioni di persone non solo in Italia", avverte Mattarella facendo i complimenti a Donnarumma. Più in là va Draghi: "Ci avete messo al centro dell’Europa come dimostrano i messaggi di ringraziamento che mi sono arrivati".

Il premier attende sul portone gli azzurri: assieme a Chiellini e mister Mancini alza la coppa. "Siete nella storia con i vostri sprint, i vostri servizi i vostri gol e le vostre parate", dice nel cortile di Palazzo Chigi. Cerca con lo sguardo Donnarumma: "Dove stai?". Il portiere ha un sorriso timido: con Chiesa, Spinazzola (e le sue stampelle) è il simbolo di questa nazionale. Berrettini regala due racchette a Mattarella e Draghi. Gli azzurri ad entrambi la maglia numero dieci con le loro firme: "Ma è mia", scherza Insigne. Si ride. Si gode. Si canta.

Inevitabile il raffronto con un’altra grande vittoria: il mondiale dell’82. All’epoca l’Italia usciva dal periodo tremendo del terrorismo: la vittoria in Spagna sembrò il segno che il vento era cambiato, e la tempesta finita. In buona parte fu così: Draghi e Mattarella si augurano che un giorno la stessa cosa si possa dire degli Europei del 2020 giocati nel 2021. Tanto che Supermario, oltre ad applaudire gli azzurri, Berrettini, la squadra under 23 di atletica guarda alle Olimpiadi di Tokyo: "Abbiamo voglia di vivere altre notti magiche".