Il segretario Pd, Enrico Letta, 54 anni, e l’ex ministro Graziano Delrio, 61 anni, in Parlamento
Il segretario Pd, Enrico Letta, 54 anni, e l’ex ministro Graziano Delrio, 61 anni, in Parlamento
Nella storia quanto mai travagliata del Pd, non si era mai visto quello che successe esattamente cinque mesi fa: un segretario, Enrico Letta, eletto all’unanimità (quasi: 860 sì, 2 no, 4 astenuti) al grido "il metodo delle correnti non funziona". Su quel metodo era caduto il predecessore Nicola Zingaretti, che dieci giorni prima aveva sbattuto la porta vergognandosi dello "stillicidio" evidentemente frutto di quella frammentazione in troppe anime – e troppe pretese, forse. Letta ci scherzava pure, dicendo che avrebbe scelto Arnold Schwarzenegger-Terminator come "incaricato ai rapporti con le correnti". Basta correntismo, bisogna marciare uniti per un...

Nella storia quanto mai travagliata del Pd, non si era mai visto quello che successe esattamente cinque mesi fa: un segretario, Enrico Letta, eletto all’unanimità (quasi: 860 sì, 2 no, 4 astenuti) al grido "il metodo delle correnti non funziona". Su quel metodo era caduto il predecessore Nicola Zingaretti, che dieci giorni prima aveva sbattuto la porta vergognandosi dello "stillicidio" evidentemente frutto di quella frammentazione in troppe anime – e troppe pretese, forse.

Letta ci scherzava pure, dicendo che avrebbe scelto Arnold Schwarzenegger-Terminator come "incaricato ai rapporti con le correnti". Basta correntismo, bisogna marciare uniti per un Pd nuovo e più solido. Eppure, da quando l’ex premier è segretario, nel partito sono già spuntate quattro nuove correnti. Anzi no, chiamarle "correnti" è vietato, tabù, una parolaccia. Sono "aggregazioni politico-culturali", "aree di pensiero".

L’ultima è appena nata, tenuta a battesimo da due protagonisti dell’era Letta e della staffetta come capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio e Debora Serracchiani. Si chiama Comunità democratica, ci sono anche i deputati Andrea De Maria e Stefano Lepri e una serie di amministratori locali. Guarda all’area che all’ultimo congresso aveva appoggiato Maurizio Martina e non si riconosce negli ex renziani della corrente storica di Base riformista di Lorenzo Guerini e Luca Lotti (perché le correnti storiche resistono, pure nell’era Letta...). Delrio puntualizza: "Apriamo uno spazio. La chiamerei sorgente più che corrente. Un’area culturale che vuole preservare lo spirito delle origini: ossia il Pd come casa delle culture riformiste cattoliche, laiche e socialiste. Un Pd “autonomista”, insomma, che vuole parlare a tutti i mondi senza divisioni di compiti con il ”centro” incarnando così la vocazione maggioritaria delle origini".

Fra le altre aree sorte dopo il plebiscito per l’ex premier, c’è anche Rigenerazione democratica dell’ex ministra Paola De Micheli (peraltro già lettiana), fatta di circoli rivolti più alla società civile che ai politici di professione (tra le figure di riferimento anche lo scrittore Gianrico Carofiglio), anche se ha le sue radici negli anni in cui De Micheli coordinava la campagna di Zingaretti per le primarie.

E poi c’è la sinistra del partito – al di là delle varie correnti ereditate dal segretario. C’è Prossima, "rete culturale di sinistra", animata da dirigenti legati al presidente della Regione Lazio, in primis Stefano Vaccari, responsabile dell’organizzazione del partito già con Zinga e ancora con Letta. Tutti legati ai due anni di alleanza giallo-rossa tra Pd e Movimento 5 Stelle. Alleanza di cui, peraltro, è stato ideologo e alfiere il promotore dell’altra non-corrente di sinistra nel partito di Letta, cioè il maître à penser Goffredo Bettini. Sono sue Le agorà che raccolgono soprattutto esponenti del Pd romano come Roberto Morassut e Monica Cirinnà.

Se si sommano alle correnti già esistenti, la sensazione è che anche queste "aggregazioni" si stiano schierando in vista di un eventuale congresso anticipato se le elezioni di ottobre non dovessero andare come spera il Pd. D’altra parte Letta, schierato in prima linea a Siena, l’ha detto: "Se perdo, ne trarrò le conseguenze". E in quel caso Terminator potrebbe non bastare.

Giorgio Caccamo