Papa Francesco I bacia il tatuaggio col numero di matricola di Lidia Maksymowicz (Ansa)
Papa Francesco I bacia il tatuaggio col numero di matricola di Lidia Maksymowicz (Ansa)
Prima snoda il fazzoletto, simbolo della memoria per i prigionieri polacchi. Poi scopre il braccio dove rimane tatuato, ormai per sempre, l’odioso numero 70072, fisso lì a ricondurre la sua intera esistenza a un freddo dicembre del ‘43, quando, nel mezzo del Secondo Conflitto mondiale, varcò bambina l’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz. Lidia Maksymowicz è una sopravvissuta polacca di origine bielorussa, vittima a soli tre anni delle sperimentazioni crudeli dello ’scienziato’ e criminale nazista, Josef Mengele, che ieri, in una assolata piazza San Pietro, a margine dell’udienza generale, ha incontrato papa Francesco. Uno scambio fatto di silenzi e gesti...

Prima snoda il fazzoletto, simbolo della memoria per i prigionieri polacchi. Poi scopre il braccio dove rimane tatuato, ormai per sempre, l’odioso numero 70072, fisso lì a ricondurre la sua intera esistenza a un freddo dicembre del ‘43, quando, nel mezzo del Secondo Conflitto mondiale, varcò bambina l’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz.

Lidia Maksymowicz è una sopravvissuta polacca di origine bielorussa, vittima a soli tre anni delle sperimentazioni crudeli dello ’scienziato’ e criminale nazista, Josef Mengele, che ieri, in una assolata piazza San Pietro, a margine dell’udienza generale, ha incontrato papa Francesco.

Uno scambio fatto di silenzi e gesti eloquenti: di nuovo, come era stato in altre circostanze in cui ha incontrato sopravvissuti della Shoah o dei lager nazisti, Bergoglio si è inchinato verso il braccio di Lidia e lo ha baciato poggiando le labbra proprio sull’orrendo stigma dell’internamento.

La signora Maksymowicz, con un velo di commozione subito ricacciato, ha ricambiato con un caldo abbraccio.

Oggi 81enne, Lidia è una delle poche testimoni viventi degli orrori dell’"Angelo della morte", Mengele appunto.

La sua storia tragica ha origine in una delle tante pieghe meno note della Seconda Guerra mondiale. Originaria di una famiglia bielorussa sospettata di far parte della Resistenza ai nazifascisti, Lidia viene deportata ad appena tre anni, con i nonni e la madre che subito perderà.

"Ero piccola, avevo pochissimi anni, ma già grande esperienza dopo aver vissuto scene di guerra nell’ex Unione Sovietica. Ero pronta al dolore, al male fatto dagli uomini contro altri uomini, ma non mi aspettavo di vivere quello che ho vissuto ad Auschwitz", racconta oggi.

Tutto avviene velocemente. "Sono stata deportata su un treno adatto solo per le bestie, o forse neanche per quello. Quando si sono aperte le porte, ho visto scene terribili. I miei nonni separati da noi e tra loro, poi spediti verso una baracca con un comignolo dal quale usciva un fumo con una puzza atroce. Io e mia mamma sporche, affamate, impaurite, obbedivamo ai soldati che urlavano parole incomprensibili, mentre i cani abbaiavano. Non capivamo nulla, facevamo tutto quello che dicevano, eravamo terrorizzate".

Per la colpa di presentare un aspetto "carino e in salute", Lidia viene destinata agli esperimenti di Mengele. Separata dalla madre dopo essere stata identificata come polacca con la lettera ‘P’ viene condotta "in una baracca zeppa di bambini di diverse nazionalità".

La donna ha rimosso che cosa esattamente l’Angelo della Morte, noto per le sue atroci sperimentazioni su donne incinte, fratelli gemelli, popolazione omosessuale e con disabilità, fece col suo piccolo corpo, ma ricorda bene "il dolore" e lo sguardo "da invasato" del medico arruolatosi da giovane nelle Ss.

"Era una persona atroce, senza limiti né scrupoli. Giorno dopo giorno tante persone perdevano la vita sotto le sue mani", sottolinea.

Nonostante questi soprusi, Lidia dice di aver perdonato i suoi aguzzini e oggi un documentario a lei dedicato, occasione per la quale sta girando le scuole del nostro Paese, si intitola 70072: La bambina che non sapeva odiare.

Ricordare però sì, ed è alla missione della memoria che ha dedicato il resto della sua vita e che le ha fatto rivolgere ancora ieri in Vaticano, un nuovo, vibrante appello: "Non perdiamo la memoria affinché l’atrocità del nazifascismo non torni mai più".