Il sindaco uscente Virginia Raggi (43 anni), durante il sopralluogo al ponte
Il sindaco uscente Virginia Raggi (43 anni), durante il sopralluogo al ponte
di Alessandro Farruggia Non serve scomodare "Brutti sporchi e cattivi", film di Ettore Scola del 1976 con un Nino Manfredi magistrale, per raccontare il fenomeno delle baraccopoli romane. Che sono parte della storia di Roma Capitale: fino alla fine degli anni ’70 popolate di italiani, e da allora quasi totalmente da stranieri, in larga parte Rom. C’erano, ci sono. E la politica non è riuscita a trovare una soluzione, tranne i ricorrenti sgomberi (145 per la giunta di Virginia Raggi) che hanno lasciato il tempo che trovavano. "Nella Capitale – racconta Carlo Stasolla, presidente dell’associazione 21...

di Alessandro Farruggia

Non serve scomodare "Brutti sporchi e cattivi", film di Ettore Scola del 1976 con un Nino Manfredi magistrale, per raccontare il fenomeno delle baraccopoli romane. Che sono parte della storia di Roma Capitale: fino alla fine degli anni ’70 popolate di italiani, e da allora quasi totalmente da stranieri, in larga parte Rom. C’erano, ci sono. E la politica non è riuscita a trovare una soluzione, tranne i ricorrenti sgomberi (145 per la giunta di Virginia Raggi) che hanno lasciato il tempo che trovavano.

"Nella Capitale – racconta Carlo Stasolla, presidente dell’associazione 21 agosto, da una dozzina d’anni attiva sul tema delle baraccopoli – ci sono oggi sei insediamenti formali, abitati da 3 mila persone, sostanzialmente rom di etnia italiana o ex jugoslava, e poi ci sono circa 130 insediamenti informali, nel quale vivono circa 1.400 persone. In queste ultime abitano romeni di etnia rom, bosniaci ma anche filippini, peruviani, polacchi e anche una quota di italiani, caduti in povertà". L’insediamento sotto il Ponte di ferro era uno di questi. "La politica dell’amministrazione – osserva Stasolla – è stata quella di smantellare i campi senza proporre alternative: risultato, si chiude un insediamento e dopo poco ne nasce un altro".

Come è capitato alla bidonville di via Romei a Monte Mario, smantellata a marzo, rinata ad agosto di questa’anno. "Va abbandonato l’approccio securitario ed etnico – sostiene Stasolla – e va fatto un piano di inclusione. Un nostro studio dice che costa sette volte meno che gestire un campo stabile e varie esperienze italiane, da Ferrara a Sesto Fiorentino a Palermo ci dicono che funziona. Abbiamo presentato ai candidati sindaco un piano che in 5 anni supererebbe tutte le baraccopoli romane, vediamo se chi vince decide di cambiare approccio. Le sacche di povertà hanno un costo. E nelle baraccopoli ci sono abbandono, violenza, criminalità, degrado, inquinamento".

E incendi. Tanti incendi. Che costano vite degli abitanti delle baraccopoli (quattro fratellini rom nel 2011, tre sorelle Rom nel 2017 ) e causano roghi all’esterno. "Le baraccopoli – spiega Stasolla – sono costruite con materiali precari e molto infiammabili. Si usano candele, fuochi. E ci sono sempre bombole di gas. Una disattenzione ed è il disastro". I roghi infatti sono una costante.

Nel settembre 2013 capitò proprio alla baraccopoli sotto il Ponte di Ferro. E negli anni i roghi sono continuati, per restare agli ultimi 2 anni, nel luglio 2020 è successo nella baraccopoli alla Muratella e poi a settembre in quella di villa Gordiani sulla Tuscolana, e a novembre a Torrevecchia. Nel 2021, il 5 luglio al campo di via di Saone, il 26 luglio in quello di via Salvati al Collatino, il 7 agosto alla baraccopoli del Foro Italico e di quella alla foce dell’Aniene, a Ferragosto all’insediamento lungo la ferrovia Roma-Ostia.

Uno stillicidio sfociato nell’incendio al Ponte di Ferro. Un ponte che risistemare o, peggio, sostituire, costerà milioni di euro. Nessuno può essere sorpreso. È un rogo annunciato.