Aleksandr Solženicyn
Aleksandr Solženicyn

Se non risultasse offensivo per Solženicyn verrebbe da pensare che il suo ritorno in Russia, in treno, tra ali di folla osannanti, ricorda quello di Lenin diverse decine di anni prima. Perché in tutt’e due i viaggiatori cova un’alta considerazione personale che li fa sentire redentori, guide e giudici infallibili. La differenza, fra tante inconciliabili differenze, sta nel fatto che Lenin quando scese da quel treno proveniente dalla Germania diventò subito guida della Rivoluzione e Solženicyn quando scese a Mosca da quel treno che aveva preso a Vladivostok, ebbe una gloria di poca durata perché presto cominciarono a giudicarlo come un noioso brontolone.

Ma, a parte questo, è interessate valutare la componente politica che cresce nel suo pensiero. È insomma l’intellettuale, avrebbero detto i suoi nemici comunisti, che non vuole dedicarsi all’inutile ma che cerca di darsi un ruolo politico nell’ansia di vedere la Russia ritrovare la sua strada che non può essere che una strada che viene dal lontano passato. Risultato: non lo ascoltò nessuno. È significativo che a oltre dieci anni dalla sua morte vengano editi i suoi scritti del ritorno e degli anni che trascorse dopo il suo esilio nel Vermont, da dove tornò nel 1994. Con un viaggio da vincitore partendo da Vladivostok per diecimila chilometri fino a Mosca, seguito da una troupe della Bbc che ne registrò ogni istante. Programma però che non ebbe successo, come non l’ebbe, e del resto fu sospeso dopo alcuni mesi, un altro programma televisivo che fu affidato all’uomo che aveva scritto il grandioso Arcipelago Gulag, che però in tv risultava troppo sopra le righe per piacere, troppo detentore di verità in un’epoca in cui le verità erano state smarrite ed erano morte le ideologie.

Bene, ora, a distanza di tanti anni, sono stati pubblicati gli scritti degli ultimi anni di vita del Nobel con un’ introduzione del figlio Ermolaj, a cura di Sergio Rapetti (Ritorno in Russia, edizioni Marsilio). Quindici anni di lavoro che produssero un risultato sostanzialmente non compreso, non condiviso, giudicato con sospetto e rifiutato anzi, quando l’autore si imbarcò in perigliose analisi sui condizionamenti che gli ebrei avevano avuto nell’ambito del bolscevismo, come se ci fosse stata una questione ebraica anche nella storia sovietica, ipotesi non del tutto peregrina ma terreno minato se non affrontato con dovuta cautela. L’uomo era fatto di certezze incrollabili e a pensarci bene non è poi così avventato l’accostamento con il carattere dell’altro illustre. Che cosa poteva scrivere Solženicyn se non un saggio su Come ricostruire la nostra Russia, dopo che Lenin aveva scritto un saggio intitolato Che fare?. Le incomprensioni che raccolse negli ultimi anni non intaccano comunque in nulla i suoi meriti per i capolavori La giornata di Ivan Denisovic e Divisione cancro che raccontano gli anni in cui fu deportato nei gulag kazaki a fare il minatore, malato e non curato se non all’estremo delle sue forze. Ma qualcosa di nuovo sta accadendo.

Il ritorno in libreria di Solženicyn è il segno di una nuova considerazione del suo pensiero, il desiderio di voler trovare un profeta che manca all’area sovranista, che si riconosce nelle prediche e nelle scomuniche di Solženicyn, nella difesa ostinata delle radici contro le insidie dell’"umanismo globalista e ateo". Nella sua opposizione non solo al comunismo ma anche al capitalismo contro le tendenze globalizzanti, nella difesa dei nazionalismi, nell’ardita opinione che esistono dittature buone e cattive, nella difesa del conservatorismo baluardo delle migliori tradizioni, nella protezione della demografia russa contro le pericolose invadenze islamiche e cinesi. Tutti temi che lo appassionavano e che oggi incontrano crescenti seguaci. Il profeta è morto ma le sue ossessioni e paure sono vive.