Marina

Terragni

Quando si eufemizza c’è sempre da sospettare. Il vecchio caro voltagabbana –mai disprezzare il buon senso popolare- quello che gira la mantella per cambiare truppa; che poi diventerà “responsabile”, una specie di excusatio non petita: non lo fo per piacer mio ma perché lo vuole Iddio; per approdare infine al “costruttore”: non basta più spostarsi nell’emiciclo, c’è da mettersi a lavorare con cemento e cazzuola. Lo fanno solo per il nostro bene. A occhio i prossimi saranno i “martiri”, disposti come gli shahīd al sacrificio della vita.

Non si contano i saggi storici e sociologici sul trasformismo italiano. Invasi a destra e a manca, dai vichinghi ai celti ai turchi, abbiamo dovuto imparare a cavarcela gesticolando per farci capire e cambiando giubba per minimizzare le rogne. In politica il frutto sarà maturo a fine ‘800 con i funambolici governi Depretis, che alla distanza possono forse sembrare meglio dei tripli carpiati di Razzi e Scilipoti.

E del resto con un premier "innamorato della politica" (copyright Goffredo Bettini) che caracolla tra Trump e Biden, tra sovranisti e europeisti, tra decreti Salvini e porti aperti, te la puoi prendere con un Ciampolillo-last minute?

Siamo, è vero, anche quelli del generale Della Rovere, della dignità e del riscatto in extremis. Del coraggio inaspettato. Del colpo di reni di fronte al baratro. Chissà. Crediamoci. E del resto che alternative abbiamo?