Claudia

Marin

La pandemia infuria, i contagi si mantengono alti, i morti hanno numeri che non lasciano ancora respirare, gli ospedali faticano a gestire i tanti ricoveri. Ma lo sciopero dei dipendenti pubblici, il 9 dicembre, con tanto di ponte dell’Immacolata incorporato, è sacro e non si tocca. Neanche l’emergenza Covid ha fermato, fino a oggi, la macchina della protesta del pubblico impiego proclamata dalle sigle del settore di Cgil, Cisl e Uil e avallata dai leader delle tre confederazioni. Poco conta che già risulti scandalosa la sola idea di scioperare nel pieno di una vera guerra, per di più contro un nemico invisibile e insidiosissimo. Ma, quel che è anche peggio, è un’azione di mobilitazione che contiene in sé tutti i vecchi vizi del corporativismo sindacale: a cominciare dalla maldestra e opportunistica prassi di farsi 4-5 giorni di vacanza piazzando tatticamente lo sciopero a ridosso del ponte festivo.

Un malcostume non giustificato in stagioni ordinarie, figuriamoci in periodi terribili. Tanto più che ci troviamo di fronte a dipendenti che non hanno perso un euro di stipendio in tutto questo anno funesto, potendo contare, per di più , anche sulla possibilità di lavorare da casa. Intanto, milioni di lavoratori dipendenti e autonomi del privato hanno visto le retribuzioni e i redditi falcidiati dalla cassa integrazione e dal crollo dei fatturati. E, purtroppo, sono costretti a restare fermi, non certo per il lusso di uno sciopero all’Immacolata.