di Alessandro Farruggia Il mostro non muore. Il reattore 4 di Chernobyl – teatro del disastro nucleare del 26 aprile 1986 – dà segnali di risveglio. La massa altamente radioattiva composta da 170 tonnellate tra combustibile nucleare fuso (il 96% di quello originariamente presente, 1.900 chili di uranio 235 e 760 chili di plutonio), zirconio, grafite e i materiali usati per soffocare l’incendio (piombo, dolomite, sabbia, boro) che si trova sotto il reattore esploso, ha avviato reazioni nucleari che si autosostengono. Il fenomeno è in atto nella tristemente nota Stanza 3052, uno spazio situato proprio sotto il reattore, nel quale è precipitato la metà del materiale altamente radioattivo: circa 85 tonnellate su 170. La notizia è stata data nei giorni scorsi da Anatolii Doroshenko dell’Istituto per i...

di Alessandro Farruggia

Il mostro non muore. Il reattore 4 di Chernobyl – teatro del disastro nucleare del 26 aprile 1986 – dà segnali di risveglio. La massa altamente radioattiva composta da 170 tonnellate tra combustibile nucleare fuso (il 96% di quello originariamente presente, 1.900 chili di uranio 235 e 760 chili di plutonio), zirconio, grafite e i materiali usati per soffocare l’incendio (piombo, dolomite, sabbia, boro) che si trova sotto il reattore esploso, ha avviato reazioni nucleari che si autosostengono. Il fenomeno è in atto nella tristemente nota Stanza 3052, uno spazio situato proprio sotto il reattore, nel quale è precipitato la metà del materiale altamente radioattivo: circa 85 tonnellate su 170.

La notizia è stata data nei giorni scorsi da Anatolii Doroshenko dell’Istituto per i problemi di sicurezza delle centrali nucleari (Ispnpp) di Kiev a una conferenza sulla situazione dell’impianto nucleare distrutto. "Negli ultimi anni, ovvero dal 2017 al 2021 – ha detto Doroshenko – c’è stato un significativo aumento dell’emissione di neutroni su diversi strumenti situati nella Stanza 3052. Ciò può essere dovuto a cambiamenti nella concentrazione di acqua lì dentro".

La ripresa dell’attività di fissione potrebbe essere paradossalmente un effetto dell’installazione del gigantesco nuovo sarcofago costato 1,5 miliardi di euro, che tiene confinati in sicurezza i materiali radioattivi della centrale ed evita che la pioggia possa infiltrarsi nelle rovine della centrale. Poiché l’acqua rallenta, o modera, i neutroni e quindi aumenta le loro probabilità di colpire e scindere i nuclei di uranio, le piogge pesanti a volte mandavano il conteggio dei neutroni alle stelle.

Era accaduto già nel 1990 e nel 1996, nell’ultimo caso proprio nella Stanza 3052. Per effetto nel nuovo sarcofago, l’acqua ora non penetra più e in alcune stanze sotterranee della centrale il livello di acqua si è ridotto, mentre altre si sono asciugate completamente. Gli scienziati si aspettavano quindi che non si sarebbero stati più picchi causati dall’acqua. E invece nella Stanza 3052 sono in salita da quattro anni. Il perché è un mistero, una delle ipotesi è che la presenza della grafite (che, nei reattori russi Rbmk, faceva da moderatore invece dell’acqua) in alte concentrazioni, abbia svolto il ruolo del ’moderatore’ al posto dell’acqua, innescando – assieme ad altri fattori ancora sconosciuti – la fissione nucleare.

Il pericolo di conseguenze paragonabili a quello che accadde 35 anni fa,apparentemente non c’è: sarebbe un evento molto più contenuto, che potrebbe però portare a un’esplosione (causata dalla trasformazione in vapore dell’acqua contenuta sotto la centrale) e al crollo parziale del vecchio sarcofago, oggi contenuto dentro il nuovo. "È come se ci fossero tizzoni in un barbecue", hanno esemplificato gli scienziati.

Se il nuovo sarcofago venisse danneggiato nel crollo, però, non sono da escludere fuoriuscite all’esterno di polveri altamente radioattive, che potrebbero spargersi in un raggio di qualche decina di chilometri attorno alla centrale. Solo un incendio della grafite potrebbe provocare una massa d’aria calda che porterebbe le particelle radioattive a lunghe distanze.

Da valutare attentamente anche la possibilità che le esplosioni sotterranee rendano più facile il trasporto di radioattività dal sito al vicino fiume Pripyat, che confluisce nel Dnepr, il grande fiume che finisce nel Mar Nero. Per evitare questo scenario, gli scienziati ucraini stanno valutando le contromosse. L’ipotesi di spruzzare nitrato di gadolinio (un sale usato come veleno neutronico) sulla massa radioattiva è stata scartata, perché è sepolta sotto i detriti. Ora si sta valutando se far scavare da una macchina automatizzata dei fori nella massa di Nsf per inserirvi dei cilindri di boro, un forte moderatore delle reazioni di fissione. Per completare gli studi ci vorranno almeno alcuni mesi e lo stesso per attuare gli interventi. Nel frattempo, l’emissione di neutroni continua a salire. La speranza è arrivare prima che la situazione precipiti.