"Qualcosa è capitato quella notte; cosa non lo so. Mi piacerebbe tanto venisse fuori la verità vera sulla morte del mio amico Marco: per il suo onore, per la sua famiglia". Andrea Agostini ha 51 anni, la stessa età che avrebbe oggi Pantani ed è di Cesenatico: del Pelato è stato il compagno di banco, dei primi giochi, delle prime pedalate, delle prime donne. Gli ha fatto anche da manager. C’era lui, a Madonna di Campiglio, 1999, quando il mondo crollò addosso al Pirata: ematocrito alto, via dal Giro d’Italia, il marchio infame del dopato, la fine sportiva, l’inizio della fine dell’uomo. Ora Agostini è dirigente sportivo e da un anno presiede anche la Fausto Coppi, società ciclistica dove Pantani ha mosso i primi passi. Un giallo infinito: lei ci crede all’ipotesi...

"Qualcosa è capitato quella notte; cosa non lo so. Mi piacerebbe tanto venisse fuori la verità vera sulla morte del mio amico Marco: per il suo onore, per la sua famiglia".

Andrea Agostini ha 51 anni, la stessa età che avrebbe oggi Pantani ed è di Cesenatico: del Pelato è stato il compagno di banco, dei primi giochi, delle prime pedalate, delle prime donne. Gli ha fatto anche da manager. C’era lui, a Madonna di Campiglio, 1999, quando il mondo crollò addosso al Pirata: ematocrito alto, via dal Giro d’Italia, il marchio infame del dopato, la fine sportiva, l’inizio della fine dell’uomo. Ora Agostini è dirigente sportivo e da un anno presiede anche la Fausto Coppi, società ciclistica dove Pantani ha mosso i primi passi.

Un giallo infinito: lei ci crede all’ipotesi che Pantani sia stato ucciso?

"Le confesso: per anni non mi sono neanche posto il problema. Era troppo il dolore per la sua perdita, non ho mai guardato immagini o film su quella sera e su quell’hotel di Rimini. Poi..."

Poi?

"Poco alla volta il tempo mette un po’ a posto le cose dentro di noi e alla vigilia del Natale 2020 per la prima volta ho cominciato a documentarmi, mi sono sforzato e ho visto un docufilm su La7".

Risultato?

"I conti secondo me non tornano, la ricostruzione è poco chiara, le testimonianze sono discordanti. Diciamo che mi sono venuti dubbi, ecco".

Dubbi di che tipo?

"Se prima tutto sommato non credevo a pelle che Marco fosse stato ucciso, ora non mi sento di escludere nulla".

Lei quando lo vide per l’ultima volta?

"l 13 gennaio del 2004, il giorno del suo ultimo compleanno. Noi amici volevamo festeggiarlo, dargli qualche stimolo in più".

Come andò?

"Male, la situazione era ormai più grande di lui. La droga. Quel circolo vizioso l’aveva inghiottito".

Ma lei, suo miglior amico storico, negli anni della disperazione e della cocaina, ha cercato di aiutare Pantani?

"Dopo Madonna di Campiglio ci siamo un po’ allontanati, Marco ha cominciato a fare la sua vita, che non era più quella di prima".

Come mai, perché?

"Di fronte a certe situazioni non sai che fare, mi sentivo impotente. Lui sapeva in realtà che io ero uno di quelli che poteva ridargli un po’ di normalità: ci provava ma poi scappava. Una volta abbiamo fatto praticamente a botte, volevo scuoterlo: un’altra, insieme a suo padre, ho provato in mille modi a parlargli".

E lui?

"Sfuggiva di nuovo. Mi viene la pelle d’oca ripensare a quando mi telefonava e io gli rispondevo, in dialetto romagnolo: ‘A sit viv?’ (ndr: sei ancora vivo?) E lui. ’Sai, gli amici veri si chiamano nel momento del bisogno".

Lei c’era a Madonna di Campiglio, quando Pantani morì, sportivamente parlando.

"Sì, e quel giorno mi disse: ‘Andrea, è un complotto, stavolta non mi rialzo più’. Tremai, ma intuì che sarebbe andata proprio così"

Altra storia misteriosa fra l’altro.

"Di più. Il venerdì sera sapevamo tutti che la mattina successiva sarebbe passato l’antidoping. Io non ho mai visto una sola volta prendere da lui un prodotto proibito, ma non nascondiamoci dietro a un dito: se anche si fosse dopato, c’erano mille modi per far tornare a posto i livelli del sangue. L’ematocrito di Marco, venerdì sera, era a 48, regolarissimo, ben sotto il limite dei 50. All’alba del sabato, al controllo degli ispettori, è diventato 51,8. Inspiegabile. Marco stava stravincendo il Giro d’Italia, era popolarissimo".

Come lo vuole ricordare?

"Come un fuoriclasse, dal punto di vista sportivo. Da ragazzino faceva imprese che per noi umani erano impensabili: e la chimica neppure sapevamo cosa fosse, mi creda. Per lui era tutto naturale. E poi, come uomo, non ho mai visto nella mia vita altre persone determinate come lui. Come amico, beh, dai 10 ai 25 anni siamo stati sempre, sempre insieme: gli anni più belli, l’adolescenza, la crescita. Mi ha anche voluto al suo fianco come manager. Gli ho voluto un mare di bene; so che anche lui me ne voleva tanto".