Kent Kiehl
Kent Kiehl

Pisa, 22 luglio 2019 - Kent Kiehl, l’uomo che sussurrava agli psicopatici (è questa la traduzione in italiano di uno dei suoi libri più famosi, The Psychopath Whisperer), fra i massimi studiosi della neurobiologia della mente criminale e docente all’Università del New Mexico, è entrato nel cervello di migliaia di pluriomicidi, killer seriali, psicopatici e ha scoperto che è possibile ‘predire’ il comportamento criminale. Perché? È una questione biologica. A Pisa per una lezione all’Università, Kiehl ha spiegato agli studenti di Medicina le prospettive neurobiologiche e psicologiche delle menti criminali.

Professore, come è entrato dentro queste criminal minds?
"
Attraverso la risonanza magnetica funzionale che usiamo per decodificare il cervello e predire il comportamento criminale. Da 25 anni studio le menti criminali e da dieci ‘colleziono’ i cervelli di pericolosi serial killer statunitensi e canadesi che ho sottoposto a risonanza. Ho creato un archivio di 5mila cervelli attraverso il cui studio ho potuto verificare e confermare le mie ricerche".

Qual è la differenza fra un cervello criminale e uno mite?
"È una questione genetica, morfologica. Il cervello criminale è differente da quello delle persone ‘normali’ e presenta differenze strutturali in aree specifiche che modulano il comportamento. In pratica ci sono alcune aree del cervello meno sviluppate. È chiaro che anche l’ambiente in cui si cresce ha un suo ruolo, anche se non sappiamo come il cervello di uno psicopatico possa essere modellato dall’ambiente. È pur vero che molti criminali provengono da buone famiglie, sono descritti come persone normali e insospettabili. Eppure commettono crimini efferati. Tutto questo dipende dalla struttura del loro cervello".

Perché dice che le donne hanno meno propensione a crimini violenti?
"Perché hanno un cervello migliore. La loro corteccia frontale e il cingolo anteriore sono più spessi. Questi sono elementi deputati al controllo del comportamento. È quindi molto più difficile che le donne abbiano un discontrollo degli impulsi. Stiamo parlando naturalmente di situazioni patologiche".

I suoi studi neurobiologici hanno effetti sulle sentenze delle Corti statunitensi?
"Sì, perché di solito, se i criminali sono troppo giovani, hanno un quoziente d’intelligenza (QI) basso o sono troppo anziani i giudici non li condannano a morte ma all’ergastolo e sentenziano che l’individuo venga avviato a percorsi terapeutici e riabilitativi combinati. Questo perché, in qualche modo, la struttura cerebrale di questi soggetti che manifestano tratti di psicopatia tende a dare delle risposte. L’interazione con essi può ridurne la pericolosità della metà".

Da cosa è nato il suo interesse per le menti criminali?
"Dal caso di Ted Bundy, un serial killer molto famoso negli Stati Uniti alla fine degli anni Settanta. Uccise oltre trenta donne, anche in modo atroce e crudele. Mio padre faceva il giornalista e si occupò spesso dei crimini di Bundy parlandone a casa con noi. Fu per questo che mi avvicinai allo studio degli psicopatici".