Serena Mollicone
Serena Mollicone

Roma, 20 febbraio 2018 - Una caserma dei carabinieri come luogo del delitto e un laboratorio per le indagini scientifiche della stessa Arma come chiave di volta della scoperta della verità. Anche se a 18 anni dai fatti e nonostante i depistaggi che hanno seminato altri lutti e sofferenze. È tutta qui la morale dell’orrenda storia venuta ormai alla luce con il deposito, ieri alla Procura di Cassino, della monumentale informativa degli investigatori che, dal 2008, avevano ripreso a indagare sull’omicidio di Serena Mollicone, scomparsa a 18 anni da Arce, piccolo centro in provincia di Frosinone, il primo giugno 2001 e ritrovata due giorni dopo senza vita, con le mani e i piedi legati e la testa stretta in un sacchetto di plastica, in un boschetto ad Anitrella, frazione del vicino paese di Monte San Giovanni Campano.

Nel rapporto riepilogativo, che riporta integralmente la perizia del Ris già oggetto di indiscrezioni, i militari del Comando provinciale di Frosinone puntano il dito in particolare sul figlio dell’ex comandante della Stazione di Arce, Marco Mottola, che frequentava la giovane vittima, come presunto autore materiale del delitto al culmine di una lite scoppiata negli stessi locali di cui era responsabile il padre Franco.

L’allora maresciallo capo, insieme al figlio e alla moglie Anna, era da tempo indagato per concorso in omicidio volontario e occultamento di cadavere, mentre altri due carabinieri, il luogotenente Vincenzo Quatrale e l’appuntato Francesco Suprano, erano finiti sotto inchiesta rispettivamente per concorso morale e favoreggiamento. Al centro della perizia medico-legale, come era già trapelato, il giudizio di compatibilità fra una lesione riscontrata sulla porta dell’alloggio interno alla casermetta e la frattura cranica riportata dalla vittima.

"La conoscevo, ma non benissimo: io, mio padre e mia madre non c’entriamo assolutamente nulla", ha commentato ieri Marco Mottola. Due anni dopo la scomparsa e il macabro ritrovamento del corpo di Serena Mollicone venne arrestato Carmine Belli, carrozziere di Rocca d’Arce, poi assolto dopo aver trascorso da innocente quasi un anno e mezzo in carcere. Ma la Procura di Cassino continuò a indagare e, nel 2008, sull’onda di un altro tragico colpo di scena, imboccò la pista poi coltivata fino a oggi: prima di essere interrogato, il brigadiere Santino Tuzi si tolse la vita.

E gli investigatori si convinsero che il sovrintendente (come dal 2001 si chiamano i sottufficiali) si fosse ucciso perché terrorizzato. Da allora, come è avvenuto in questi anni per molti cosiddetti 'casi freddi' di cronaca nera, per riuscire a fare chiarezza sono state mobilitate le risorse tecnico-scientifiche che all’inizio del terzo millennio non erano ancora disponibili.

Così la Procura si è convinta che la ragazza quando scomparve fosse entrata proprio nella caserma dei carabinieri, per denunciare fatti di cui era stata testimone in paese, pare passaggi di droga. E che a quel punto, accompagnata con un pretesto nell’alloggio di servizio in disuso di cui aveva disponibilità la famiglia dell’allora comandante, la povera Serena sarebbe però stata aggredita e avrebbe battuto con violenza la testa contro una porta. Credendola morta, gli indagati l’avrebbero portata nel boschetto per disfarsene. Ma arrivati lì, avrebbero visto che respirava ancora. E in quel momento sarebbe stata presa la decisione di lasciarla soffocare con il sacchetto.

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