Lo psicologo Luciano Di Gregorio
Lo psicologo Luciano Di Gregorio

Roma, 20 luglio 2019 - Alla ricerca del quarto d’ora di celebrità. A tutti i costi. Al di là delle conseguenze nefaste, dell’etica, dell’effetto che il post (o la foto come nel caso di Jesolo) ha sugli altri. 
Luciano Di Gregorio, psicologo e gruppoanalista autore del libro La società dei selfie. Narcisismo e sentimento di sé nell’epoca dello smartphone (Franco Angeli), parla di un vero e proprio «fenomeno sociale collettivo».
Come può venire in mente di farsi una foto sorridente dietro l’epigrafe di un giovane morto in un incidente stradale?
«Ormai c’è una corsa esasperata all’esibizione di se stessi, a ottenere più like, più consenso, maggiore successo. Tutto questo mettersi al centro del mondo è completamente separato dalla questione morale e dal danno che si può arrecare al prossimo».
Insomma, non si valutano le conseguenze delle proprie azioni?
«No. Si tralasciano i valori, l’etica della responsabilità, il senso civico, l’educazione. La cronaca ci ha offerto, purtroppo, molti casi. C’è il fenomeno del sexting, ad esempio, dove per avere un vantaggio personale c’è chi manda in giro foto compromettenti, ma anche casi di selfie ‘estremi’ per avere più ‘mi piace’. Ultimo caso, quello del genitore che si è schiantato in auto causando la morte di un figlio per una diretta Facebook (l’altro è in coma, ndr)».
Tutta colpa dei social?
«Non proprio. Diciamo che la diffusione degli smartphone e dei social ha amplificato un fenomeno che è nato già circa vent’anni fa: il desiderio di diventare qualcuno temendo di non essere nessuno, inseguendo il mito del successo. In questo senso i social vengono considerati un po’ il nuovo ascensore sociale».
Ma come spiega il turismo dell’orrore, cioè coloro che si fanno la foto davanti alla villetta di Cogne, al disastro di Rigopiano o alla nave Concordia all’Isola del Giglio?
«Ci sono due aspetti da sottolineare. Primo dell’avvento dei social si trattava di un modo per esorcizzare la paura: mi avvicino alla mostruosità per dimostrare che io sono diverso, oppure che una tragedia come una valanga o un naufragio a me non può capitare. Il fatto di condividere quel tipo di foto, invece, si richiama al fenomeno del post choc dove, pur di esibirsi, si ridacchia davanti all’epigrafe di una povera vittima».
La condivisione delle nostre vite private sul web non è mai senza conseguenze?
«L’esibizionismo, il conformismo, il desiderio di essere normali seguendo ciò che fa la massa può portare a degenerazioni. Faccio un esempio: è morto Camilleri? Ci sarà la fila per farsi la foto nei luoghi di Montalbano e magari, poi, condividerla sui social. Non è un male di per sé. Ma denota un incessante desiderio di uscire dall’anonimato, di far parte della maggioranza e, quindi, della ‘fazione’ giusta».
Va a finire che il mondo si divide in due: maggioranza vincente, minoranza perdente?
«Sì. E, chi ha successo, ormai, è considerato solo colui che ottiene più consensi, like, notorietà. Anche se, poi, magari dietro quella celebrità non c’è nulla: né un’idea, né una storia, né un contenuto».
Siamo davvero diventati la società dei selfie?
«Sì. E la competizione è il tema dominante. Basta accendere la tv: dalla gara tra chef a quella tra cantanti. Ma anche i nostri politici non sono da meno. Attaccano e insultano via Twitter e la gente si accoda a chi urla di più o la spara più grossa. Chi non fa parte della maggioranza che si ritiene vincente viene perseguitato, attaccato, considerato un perdente».