Una bimba mangia un panino, foto generica

Napoli, 4 settembre 2018 - Clemente Mastella perde la guerra del ‘panino libero’ a scuola: dopo il Tar, anche il Consiglio di Stato infatti dà ragione alle 50 famiglie che avevano fatto ricorso contro il regolamento con cui il Comune di Benevento, guidato dal sindaco Mastella, imponeva la mensa pubblica nelle scuole sannite. È la prima volta in Italia che i supremi giudici amministrativi si esprimono sulla libertà di portare il pasto da casa nelle scuole pubbliche. Un pronunciamento che fa da battistrada ai ricorsi già presentati a Venezia, Verona, Ferrara, Genova, Guidonia, Milano, Benevento e Lucca.del Consiglio di Stato riguarda il ricorso proposto dal Comune di Benevento, in seguito alla sentenza del Tar Campania che il 13 marzo scorso aveva annullato il regolamento voluto dalla giunta comunale.

«Nel merito l’appello è infondato», si legge nella sentenza pubblicata ieri dal Consiglio di Stato, dopo l’udienza del 5 luglio scorso.
Vincono i genitori che, a detta dei loro avvocati Stefania Pepicelli e Giorgio Vecchione, hanno «difeso l’autonomia della famiglia». Il divieto del Comune è stato ritenuto «non supportato da concrete e dimostrate ragioni di pubblica salute o igiene né commisurata ad un ragionevole equilibrio».

In pratica sulle preoccupazioni del Comune, circa «l’attivazione di forme di garanzia (salubrità e sicurezza igienica, ndr) del godimento collettivo del servizio» la Suprema Corte fa prevalere la «libertà nella scelta alimentare». Spetterà ora ai dirigenti scolastici, in virtù della loro sfera di autonomia, gestire la doppia somministrazione: quella del pasto domestico e della mensa comunale.

Quella di Benevento è l’ennesima puntata di un lungo braccio di ferro. Aperto da una sentenza del tribunale di Torino del giugno 2016 che, come a Benevento, aveva dato ragione ai genitori che chiedevano la possibilità per i propri figli di consumare a scuola il pasto della propria schiscetta. 
Un’accesa controversia a colpi di carta bollata che continuava, nel maggio 2017, con un pronunciamento del Tribunale di Napoli contrario alla sentenza di Torino, perché al diritto di scelta del genitore ne andavano «contrapposti altri, anch’essi di rango costituzionale, come il diritto all’uguaglianza e alla salute».
Due mesi prima, di fronte al marasma, il Miur era intervenuto con la nota 348 , in cui affidava la ‘pratica’ nelle mani degli ex Provveditorati (oggi Uffici scolastici regionali) e dei dirigenti di istituto.

Cosa diceva la nota del Ministero? In primo luogo che erano le scuole a valutare le soluzioni più idonee a far consumare agli allievi il pasto domestico, assicurando la tutela delle condizioni igienico-sanitarie e il diritto alla salute. Poi raccomandava di evitare scambio di alimenti, al fine di evitare eventuali contaminazioni, utilizzando misure analoghe a quelle adottate nella somministrazione di pasti speciali. Alla fine assegnava agli Uffici scolastici regionali il ruolo di vigilare, evitare situazioni critiche e far rispettare le pronunce della magistratura.

A fine della scorsa legislatura governo e parlamento volevano inserire un comma nel disegno di legge sulla ristorazione collettiva che mettesse fine alla guerra del panino sostenendo che «I servizi di ristorazione scolastica sono parte integrante delle attività formative ed educative». Un vero blitz, un obbligo per i 5 milioni di bambini che mangiano in classe e un colpo di spugna al menù-fai-da-te. Dopo le proteste, il comma è sparito.