Giorgio Gori (LaPresse)
Giorgio Gori (LaPresse)

Bergamo, 28 aprile 2018 - «Sì, il bullismo è stato la molla che ci ha spinto a chiedere di reintrodurre l’educazione civica nelle scuole di ogni grado. Ma non è l’unica emergenza: anche gli adulti faticano a convivere in modo adeguato, quindi bisogna ripartire dai bambini». Chiamatela provocazione. O meglio - puntualizza Giorgio Gori - il tentativo di «portarsi avanti» rispetto alla proposta di legge popolare presentata dal sindaco di Firenze, Dario Nardella, sulla scia dell’iniziativa di QN “Lezioni di vita 4.0”: integrare nell’orario scolastico ore di lezioni di convivenza. D’altronde, se c’è una cosa che il sindaco di Bergamo fatica a digerire sono immobilismo e tempi lunghi. Un “fastidio” che condivide con i manager prestati alla politica.
Gori, non è già troppo tardi?
«Forse sì, ma non è mai troppo tardi per portare avanti un’idea buona».
Prima Firenze, ora Bergamo. Tocca ai sindaci muoversi su questo tema?
«Tocca alle istituzioni. Però un sindaco può essere capofila di un progetto cittadino a cui le istituzioni superiori possono allacciarsi. Chi, come Bergamo, ha già messo energie e fondi per migliorare la convivenza e i comportamenti, può fare ancora qualcosa in più».
Una provocazione da chi può permettersela, in sintesi?
«L’appello di reintrodurre in modo organizzato l’educazione civica nelle scuole segue una serie di iniziative. Da tre anni abbiamo messo a disposizione di ogni istituto comprensivo un budget di 100 ore con un consulente pedagogico. Vogliamo aumentarlo soprattutto alle medie dove è più necessario. Quest’anno il Comune ha coinvolto 930 bambini per avvicinarli alle istituzioni e in particolare al funzionamento del nostro ente: alcune proposte arrivate da loro sono diventate ordini del giorno da discutere in Consiglio comunale. La terza iniziativa in tema di educazione al rispetto è stata attivata tramite laboratori teatrali alle medie».
Non basta?
«Manca un’azione sistemica che non renda estemporanee queste iniziative: è l’educazione civica nelle scuole».
Cosa ne pensano i presidi?
«Ho incontrato i dirigenti scolastici degli istituti comprensivi e sono favorevoli».
Avete ipotizzato come dare forma a questa proposta?
«L’adesione resta su base volontaria e l’autonomia favorisce soluzioni differenti».
Una di queste può arrivare dall’accordo con giovani avvocati?
«Si sono offerti loro. In generale sono favorevole a collaborazioni con esperti esterni».
Perché l’educazione civica è sempre stata sottovalutata?
«Forse mancava la consapevolezza di quanto fosse importante. Ora finalmente c’è».
Colpa anche della politica?
«Il primo a introdurre questa materia nelle scuole fu Aldo Moro. Poi i vari ministri che si sono succeduti all’Istruzione ci hanno messo mano cambiando qualcosa e ridimensionandola. Nel 2008, la Gelmini ha pensato che l’educazione civica fosse una serie di contenuti trasversali a tante materie. Che vuol dire tutto e niente».
Se fosse un docente di educazione civica, cosa insegnerebbe?
«È una materia vasta, che spazia dalla conoscenza della Costituzione e degli organismi istituzionali italiani ed europei alle norme di comportamento. Ma allargando il campo si può arrivare all’educazione alimentare, ambientale, affettiva. Senza dimenticare quella digitale: i ragazzi passano ore con i social senza che qualcuno abbia spiegato loro come difendersi dalle insidie e come riconoscere le notizie vere da quelle false».