L'area industriale del Casone
L'area industriale del Casone

Grosseto, 28 gennaio 2015 - HANNO chiamato un esperto per dimostrare le loro tesi. E Lodovico Sola, geologo di fama, non si è fatto attendere. Le sue tesi sono state esplicate durante un incontro alla Libreria delle Ragazze, dove gli ambientalisti hanno organizzato una conferenza stampa per portare alla luce i nuovi dati sull’inquinamento della zona del Casone. «I nuovi dati - dice il geologo - derivano da una documentazione di Scarlino Energia, della Nuova Solmine e dai bollettini di analisi e documenti Arpat di vari anni. Dall’esame risulta aevidente l’esistenza di dati fuori norma, rispetto alla normativa». Una situazione - prosegue - «che si riallaccia all’annoso problema dell’inquinamento della Piana di Scarlino, conosciuto da oltre 20 anni, non risolto per mancanza di interventi complessivi ed esaustivi. Non tutti i siti contaminati sono stati oggetto a tutt’oggi di bonifica ed il procrastinare nel tempo gli interventi ha condotto anche all’inquinamento delle falde sottostanti.

Le bonifiche attuate sono quindi parziali e non risolutive. Tra i siti contaminati e mai bonificati si annoverano il canale Solmine, alcune aree industriali e numerose strade poderali; una delle aree non sottoposta a bonifica è collocata nelle immediate vicinanze Est e Sud del sito 9000 01». Sola prosegue: «La lentezza con cui questa problematica è stata affrontata in passato è legata, almeno in parte, ad aver attribuito, negli anni precedenti, una origine naturale alla presenza dell’arsenico con elevati valori, nella piana di Scarlino. Le analisi di Asl sui pozzi di acqua potabile della zona industriale di Follonica (pozzi Bicocchi 2, 3 e ZI3) mostrano chiaramente come ormai l’arsenico, da parecchi anni, interessi con valori fuori norma il pozzo ZI3 (al punto tale che l’Acquedotto del Fiora è stato costretto ad installare un piccolo impianto di dearsenificazione per poterlo utilizzare) e soprattutto indicano una manifesta tendenza ad un aumento nel tempo del fenomeno». Poi è anche più specifico: «Un esame del sito specifico di Scarlino Energia, sulla base delle ultime analisi pervenute relative alle acque di pozzi e piezometri presenti nell’area, mostra che il materiale inquinato asportato dall’interno dell’area e abbancato nella parte nord, malgrado tutti gli accorgimenti usati, rilascia ancora As nelle falde: i piezometri di contorno di questa zona mostrano valori normali a nord dell’abbancamento, mentre a sud, nel senso di scorrimento delle falde, sono presenti ancora valori decisamente fuori norma. Inoltre, nella parte meridionale del sito sono presenti pozzi con valori fuori norma che indicano come la bonifica sino ad ora eseguita non sia sufficiente. In queste aree marginali, recenti pozzini di esplorazione eseguiti da Nuova Solmine nel 2014 testimoniano la presenza di ceneri contaminanti. L’esame dei dati analitici di cui sopra evidenziano inoltre la presenza di altri inquinanti, oltre l’arsenico, ancora presenti: manganese, ferro, solfati, boro e cromo esavalente). Quest’ultimo, riconosciuto come fortemente cancerogeno, è presente nelle analisi, dal 2010 al 2012, delle acque di impregnazione di almeno tre piccoli pozzi. Entrambe le determinazioni di Arpat e Scarlino Energia lo riconoscono; non compare più nel 2013, ma non esistono analisi per il 2014». Il geologo chiude: «Senza allarmismi, va comunque definita entità, causa, e origine del fenomeno che sicuramente potrebbe essere di estrema importanza per la salute umana». Infine, esaminando la cartografia del recente studio (2013) commissionato dal Comune di Scarlino per capire l’andamento dell’inquinamento delle falde nella piana, Sola dice chiaramente «come siano stati trascurati totalmente i dati provenienti da pozzi e piezometri esistenti nella area specifica degli impianti industriali che, come si è visto anche nel caso di Scarlino Energia discusso, sono portatori di valori anomali. Segnale ancora evidente della superficialità con cui è stato affrontato il problema dell’inquinamento della piana»