di Nicola Bonafini "Così non va bene. Saman è troppo occidentale. Se volete la uccido, la faccio a pezzi e poi li porto a Guastalla". Sono le raccappriccianti parole, riferite dal fratello minorenne di Saman nell’incidente probatorio, che compaiono nelle motivazioni del giudice del Riesame che ha negato la libertà al cugino della giovane pachistana scomparsa Ikram Ijaz, ancora in carcere. Si tratta dell’unico indagato arrestato fino ad oggi. "Ikram – scrive il giudice – è una persona di pericolosità estrema, alla fine capace di tutto". A pronunciare la frase choc sarebbe stato lo zio della giovane, Danish Hasnain – secondo gli inquirenti l’esecutore materiale del delitto. È latitante, così come un altro cugino che,...

di Nicola Bonafini

"Così non va bene. Saman è troppo occidentale. Se volete la uccido, la faccio a pezzi e poi li porto a Guastalla". Sono le raccappriccianti parole, riferite dal fratello minorenne di Saman nell’incidente probatorio, che compaiono nelle motivazioni del giudice del Riesame che ha negato la libertà al cugino della giovane pachistana scomparsa Ikram Ijaz, ancora in carcere. Si tratta dell’unico indagato arrestato fino ad oggi. "Ikram – scrive il giudice – è una persona di pericolosità estrema, alla fine capace di tutto". A pronunciare la frase choc sarebbe stato lo zio della giovane, Danish Hasnain – secondo gli inquirenti l’esecutore materiale del delitto. È latitante, così come un altro cugino che, secondo la Procura di Reggio Emilia, avrebbe partecipato alla morte e sparizione della ragazza.

Il cugino Ikram è stato fermato il 21 maggio in Francia ed è attualmente nel carcere di Reggio. Secondo il riesame, Ikram e l’altro cugino hanno partecipato, assieme allo zio di Saman, alla fase preparatoria, ossia lo scavo della fossa in cui avrebbe dovuto essere seppellito il corpo della ragazza, il 29 aprile. Il 30 poi andò con un altro cugino a casa degli Abbas per mettere a punto un piano collettivo.

E proprio scorrendo le settandue pagine dell’ordinanza, la sparizione da casa di Saman, nella notte tra il 30 aprile e il primo di maggio è preceduta da un dettaglio inedito. A raccontarlo è il fratello di Saman, testimone chiave della vicenda, colui che ha visto e che, per molti aspetti, ha definito il contesto in cui si è costruito e dipanato il delitto.

Nell’ordinanza dell’incidente probatorio del fratello di Saman, avvenuto il 18 giugno, si legge che il 30 aprile, nella casa degli Abbas si sarebbe tenuta una riunione per stabilire come uccidere la ragazza e fare saparire il corpo. Il fratello racconta che uno dei parenti avrebbe detto: "Io faccio piccoli pezzi e se volete porto anch’io a Guastalla, buttiamo là, perché così non va bene".

Perché eliminare Saman? Perché troppo occidentale: "Lei fa troppe cose, mette pantaloni, eh... Fuori dalla religione musulmana". Proprio in questi aspetti, secondo il tribunale, sta il movente del delitto. Un omicidio che "affonda in una temibile sinergia tra i precetti religiosi e i dettami delle tradizioni locali (che arrivano a vincolare i membri del clan ad una rozza, cieca e assolutamente acritica osservanza pure della direttiva del femminicidio)".

Inoltre, sempre nei confronti del cugino Ikram vi è un altro elemento considerato "di fortissima valenza indiziaria". E cioè "la subitanea fuga all’estero", avvenuta il 6 maggio. In quella data, Ijaz e l’altro cugino, hanno raggiunto lo zio Hasnain e questo, secondo la tesi espressa dal Riesame, "avvalora ulteriormente una situazione di complicità tra i tre".

Drammatiche anche le parole della ragazza raccolte dai carabinieri che la sentirono il 3 febbraio, mentre, già maggiorenne, era ancora affidata a una comunità protetta. Parole che sono contenute nell’ordinanza. "Parlando con mia madre – disse Saman ai militari, spiegando perché non voleva accettare il matrimonio forzato con un cuigno di 11 anni più grande – le dicevo: tu sei una mamma, lui è troppo grande per me, anche lui non vuole sposarsi con me. Lei mi rispondeva che non è una decisione mia".

Saman aveva anche raccontato le violenze subite dal padre Shabbar: "Le reazioni di mio padre erano violente a livello fisico. Mi picchiava. Una volta ha lanciato un coltello nella mia direzione e non ha colpito me, ma mio fratello che aveva 15 anni, ferendolo a una mano. E poi, mi picchiava perché io volevo andare a scuola, ma lui non voleva".