Bologna, 9 giugno 2018 - «Ho un chiodo fisso: far vedere che lo Stato c’è, che è condizione necessaria per la tranquillità dei cittadini. Questo è un impegno a cui non posso, anzi, non possiamo sottrarci. Lo penso da sempre, soprattutto in riferimento al senso di insicurezza e alla percezione della gente», è diretto Matteo Piantedosi. A 55 anni, dopo un’esperienza da prefetto a Bologna, diventa il capo di gabinetto del Viminale. Scatole e scatoloni, sul tavolo le carte degli ultimi blitz anti-degrado, Piantedosi è appena rientrato da Roma dove ha passato la mattinata con il ministro dell’Interno, Matteo Salvini: «Sono onorato della scelta, lunedì si parte».

Se l’aspettava?

«Assolutamente no. Io e Salvini non ci conoscevamo prima. Il ministro mi ha rappresentato le sue valutazioni sui temi principali e per me la scelta è stata logica: sono al servizio delle istituzioni con il massimo impegno, c’è sintonia massima».

Si occuperà di temi di grande complessità.

«In agenda ci sono molti argomenti, il progetto è ambizioso. Sono sempre stato un uomo della fermezza, ma anche del dialogo».

Non le pare un ossimoro? Possono convivere queste realtà?

«Solo la fermezza può portare al rispetto delle regole. Ma solo con il dialogo si può far capire cos’è una regola. Io, comunque, non detto le regole: quelle le detta il ministro. Darò il mio contributo a tradurre l’indirizzo politico. Ad esempio, sulla sicurezza, la tranquillità dei cittadini è un prerequisito fondamentale del vivere civile».

La complessità delle società, però, aumenta. Come si gestisce questo processo delicato?

«A Bologna abbiamo cercato di far capire cos’è un presidio di legalità anche per rassicurare la popolazione sul fatto che lo Stato e l’ordinamento riescono a far fronte a fenomeni complessi come quelli che stiamo attraversando».

Il ragionamento non può non andare sul tema dei migranti: come si affronta?

«A Bologna ho spesso detto che una società che cambia richiede ordine, ascolto e applicazione delle leggi. Il fenomeno va gestito, non subìto».

Salvini ha parlato di un aumento del numero di centri per il rimpatrio.

«Fa parte dell’indirizzo politico. Io garantisco che accentueremo ogni sforzo per favorire i rimpatri: è qualcosa che ci viene richiesto anche dall’Europa».

In questo senso si può ipotizzare dunque un aumento delle espulsioni? In molte città del Paese la situazione è esplosiva.

«Nella mia esperienza in Emilia ho capito che non bisogna fare professione di sfiducia verso i grandi numeri: questi sono sì indicativi di complessità, ma possono essere gestiti. Dunque è fondamentale, come abbiamo fatto a Bologna, rafforzare le strutture che ci sono, poi l’importante è stare sui problemi. Nessuno ha la bacchetta magica, ma possiamo lavorare perché si affermi una cultura della legalità sempre più diffusa».

Un suo recente progetto riguarda l’inserimento dei migranti in attesa di trasferimento nella cornice dei lavori socialmente utili. Un programma esportabile?

«Posso solo dire che a Bologna abbiamo capito che non va alimentata solo l’assistenza e non va incoraggiato il lassismo, ma anzi va aiutato chi ha una giusta aspirazione a trovare un posto nella società e che vuole lavorare».

Cosa lascia a Bologna? E cosa le ha lasciato la città?

«È il luogo che mi ha scelto e che ho scelto, dagli anni Ottanta. Non sparirà dall’orizzonte della mia vita: qui lascio una parte importante del cuore, mi ha concesso grandi opportunità e i bolognesi mi hanno sempre portato fortuna».