Pierfrancesco De Robertis Il testa a testa tra Salvini e Meloni obbliga i due front runner del centrodestra a confrontarsi con una dimensione che i politici hanno spesso difficoltà a considerare, quella orizzontale. Usi come sono a compulsare i sondaggi, guardano solo davanti, ragionano in verticale. Come un purosangue da corsa. In particolare i leader di Lega e Fratelli d’Italia, che in qualche modo dividono il...

Pierfrancesco

De Robertis

Il testa a testa tra Salvini e Meloni obbliga i due front runner del centrodestra a confrontarsi con una dimensione che i politici hanno spesso difficoltà a considerare, quella orizzontale. Usi come sono a compulsare i sondaggi, guardano solo davanti, ragionano in verticale. Come un purosangue da corsa. In particolare i leader di Lega e Fratelli d’Italia, che in qualche modo dividono il medesimo "percorso professionale": ambedue hanno preso il proprio partito a quote bassissime e hanno poi toccato il cielo di un consenso insperato. Comprensibile quindi che facciano fatica ad andare oltre lo steccato del proprio interesse particolare, e a pensarsi in una coalizione. Ci riusciva a suo tempo Berlusconi, ma allora Forza Italia aveva tali margini di vantaggio sulla Lega di Bossi e Alleanza Nazionale di Fini che il ragionamento era più facile.

Eppure lo scatto che si chiede ai due è una tappa obbligata per il futuro del centrodestra e il passaggio delle prossime amministrative è cruciale. Il centrodestra è maggioranza nel Paese, ma se la logica resta quella delle bandierine o delle mosse per mettere in difficoltà non gli avversari ma il competitor interno, la sinistra che pure è in affanno avrà una inattesa possibilità di recupero. Per adesso il gioco di squadra non si è visto. La vicenda Copasir è stata gestita male dal Carroccio, e Fratelli d’Italia non ha avuto torto a lamentarsene, d’altro canto anche la mozione di sfiducia presentata da Fd’I contro Speranza voleva (anche) mettere in difficoltà la Lega. Divisioni e colpi bassi di cui si avverte l’eco nella scelta dei candidati per le grandi città, dove sorge il sospetto che più che vincere insieme si voglia non rafforzare il compagno di cordata, o negli equilibri all’interno dei gruppi europei, in cui si parla di una federazione già abortita prima di nascere. Un derby non bello da vedere per gli elettori di centrodestra, che risponde solo in parte alle ferree leggi della politica. Una di quelle leggi dice che non si guarda in faccia a nessuno, un’altra però che le divisioni alla lunga in termini di voti non pagano mai.