Doriano Rabotti Premessa: in famiglia non guardiamo Netflix. Quindi ieri ho fatto un esperimento chiedendo a mio figlio Davide, 14 anni, che cosa sapesse di Squid Game. Lo conosceva perfettamente, senza averlo mai visto: "Papà, YouTube è pieno di gente che ne parla", e ha iniziato a raccontarmi di alcune prove, una...

Doriano

Rabotti

Premessa: in famiglia non guardiamo Netflix. Quindi ieri ho fatto un esperimento chiedendo a mio figlio Davide, 14 anni, che cosa sapesse di Squid Game. Lo conosceva perfettamente, senza averlo mai visto: "Papà, YouTube è pieno di gente che ne parla", e ha iniziato a raccontarmi di alcune prove, una con luce verde-luce rossa e un’altra con un biscotto di bicarbonato e zucchero da scavare per riprodurre una scultura.

Se perdi, ti uccidono.

Rewind veloce, di ’soli’ 43 anni: nel 1978 convinsi i miei genitori a uscire prima dalla stanza d’ospedale dove mio fratello era ricoverato per appendicite, per non perdere la prima puntata di Goldrake. Era stata preceduta da polemiche sulla violenza dei cartoni giapponesi: "Troppa per i bambini, vanno proibiti". Io e mio fratello, che stava e sta benissimo nel caso siate preoccupati, abbiamo divorato avidamente Goldrake, Mazinga, Jeeg eccetera, senza diventare violenti né tuffarci dalle finestre pensando di poter volare, come invece ha fatto qualche bambino per imitare Superman. Ma io e mio fratello siamo cresciuti sbucciandoci le ginocchia per strada, palestra di vita. I nostri figli non possono: per quanto ci si impegni, hanno troppi supporti ’virtuali’ su cui modellare la loro realtà (supporti creati da noi adulti), gli stiamo facendo vedere una vita che è un eterno videogame-film-reality-fiction. Sono più fragili, dovremmo trovare un modo per proteggerli. Io al mio ho probito di giocare a GTA, un videogame dove a un certo punto devi uccidere poliziotti per andare avanti. Ma in teoria non aveva neanche visto Squid Game...