Avevano fatto naufragio su un’isola sperduta nel Pacifico occidentale: Pikelot Island, un atollo lungo meno di 500 metri a quasi 200 chilometri dal punto da cui erano partiti a bordo della loro imbarcazione di sette metri. Si sono salvati grazie alla scritta gigante SOS vergata sulla sabbia. Protagonisti della disavventura tre marinai della Micronesia, che dopo aver finito il carburante sono andati alla deriva. Le ricerche sono scattate sabato scorso, quando autorità di Guam hanno lanciato l’allarme. Per loro si è mossa anche la nave Hmas, in viaggio tra l’Australia e le Hawaii. Il giorno dopo un elicottero della marina australiana ha avvistato la scritta sulla sabbia, vicino a una capanna di fortuna. L’equipaggio è atterrato, ha controllato che i tre fossero in buone condizioni e ha lasciato loro...

Avevano fatto naufragio su un’isola sperduta nel Pacifico occidentale: Pikelot Island, un atollo lungo meno di 500 metri a quasi 200 chilometri dal punto da cui erano partiti a bordo della loro imbarcazione di sette metri. Si sono salvati grazie alla scritta gigante SOS vergata sulla sabbia. Protagonisti della disavventura tre marinai della Micronesia, che dopo aver finito il carburante sono andati alla deriva. Le ricerche sono scattate sabato scorso, quando autorità di Guam hanno lanciato l’allarme. Per loro si è mossa anche la nave Hmas, in viaggio tra l’Australia e le Hawaii. Il giorno dopo un elicottero della marina australiana ha avvistato la scritta sulla sabbia, vicino a una capanna di fortuna. L’equipaggio è atterrato, ha controllato che i tre fossero in buone condizioni e ha lasciato loro acqua e cibo. Per recuperarli è salpata una nave della Micronesia.

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"…Alla deriva, in balia di una sorte bizzarra e cattiva…". L’indimenticabile voce di Bruno Lauzi così cantava. E poi c’erano donne di sogno, banane e lamponi che mitigavano il beccheggio del naufrago cullato ’onda su onda’.

Non vorrei tirare fuori il solito luogo comune quando recita che ogni esperienza ha i suoi lati positivi. Ma immaginate la sabbia corallina che rende l’acqua del mare simile a un cristallo rilucente. Immaginate i pesci tropicali che popolano la barriera a pelo d’acqua, riempiendo il mondo sommerso di colori guizzanti. Immaginate la vegetazione rigogliosa, le radici delle mangrovie che s’insinuano nella sabbia, le palme che ondeggiano alla tiepida brezza oceanica. Posare, naufrago, i piedi in quel paradiso vi parrà un dono del Signore.

E poi, magari, vi accorgerete anche che le noci di cocco hanno un delizioso sapore e che il loro latte disseta, che poco lontano c’è una fonte d’acqua purissima e che la flora e la fauna dell’atollo possono soddisfare ampiamente le vostre esigenze alimentari. Adesso sedetevi al fresco della vegetazione. Accanto a voi il/la compagno/a che amate o un amico del cuore. Spingete lo sguardo sino all’infinito e rispondete alla mia domanda: scrivereste mai un messaggio di richiesta d’aiuto sulla sabbia perché vi vengano a salvare?

Salvare da che cosa? Forse l’errore sta nell’inversione dei ruoli. Il pericolante da salvare non è il naufrago spiaggiato alle soglie dell’Eden, ma l’inglobato nella frenesia quotidiana costellata di pericoli reali come pandemie, crisi economiche, un’infinità di obblighi e pochi diritti. Quante volte avete pensato al vostro personale ‘Puerto Escondido’? Quante volte avete desiderato mandare a monte il banco e camminare su quella sabbia fine nella più totale assenza di vincoli?

Pensate quanto non averli possa esaltare la libertà: non si ledono interessi, spazi, affetti. Ricordate invece le magagne quotidiane, la mascherina sul volto, i soldi che non bastano mai. Perdonatemi se vi ripeto la domanda: scrivereste a lettere cubitali SOS sulla sabbia, perché un traballante elicottero militare vi riporti in qualche giungla d’asfalto a vivere di prepotenza per arrivare a sera?

Forse la risposta sarà comunque sì. Perché, nonostante i sogni di libertà, non riusciamo a stare senza lo smog quotidiano, la coda alle poste, il traffico in autostrada. Sorrido ripensando a una vecchia storiella in cui un naufrago capita su un’isola deserta con Claudia Schiffer. Tra i due, unici abitanti, scoppia l’amore. Dopo molte notti di passione, il naufrago chiede a Claudia di vestirsi da uomo e di poterla chiamare Mario. La bella modella acconsente e, quando lei gli si para davanti con tanto di baffoni finti, il naufrago le dà di gomito e dice: "Lo sai, Mario, che sto con Claudia Schiffer?".

Ecco dove sta il nocciolo della questione. In un mondo dove conta apparire stiamo valutando le esteriorità come reale intima soddisfazione, sino al punto di scambiare la curiosità (o l’invidia) altrui come il nostro principale appagamento. Poco c’importa della tranquillità della nostra anima, importante è mettere in subbuglio quella altrui. Almeno sino al punto in cui… "son caduto dalla nave, son caduto…".