Alla Cop26 non si riescono ad alzare gli impegni – pur se volontari – di riduzione delle emissioni di gas serra e così i negoziatori dei Paesi “virtuosi“ si ingegnano a creare una serie di impegni volontari, delle promesse di buona volontà che se non saranno mantenute non avranno ripercussioni per chi vi aderisce. Sulle foreste...

Alla Cop26 non si riescono ad alzare gli impegni – pur se volontari – di riduzione delle emissioni di gas serra e così i negoziatori dei Paesi “virtuosi“ si ingegnano a creare una serie di impegni volontari, delle promesse di buona volontà che se non saranno mantenute non avranno ripercussioni per chi vi aderisce.

Sulle foreste 40 Paesi ci avevano già provato nel 2014, con l’obiettivo di eliminarla al 2030. Ma ebbe scarsi effetti sulla deforestazione: la perdita è stata dai 19 ai 29 milioni di ettari all’anno. Adesso, nuovo tentativo, stavolta con una dote di 12 miliardi di dollari di investimenti pubblici (9 dei quali messi dagli Usa e 1 dall’Ue) dal 2021 al 2030 e con 105 Paesi aderenti. Ci sono i capofila Usa, Ue, Canada, Regno Unito, Giappone, Corea del Sud ma anche Cina, Russia, Nigeria, Indonesia, Perù, Congo e molti altri. Ma solo dichiarazioni di buona volontà. E non è chiaro se questi soldi verranno scalati dai 100 miliardi all’anno di aiuti ai Paesi in via di sviluppo promessi dal 2023 al 2025.

Di maggior sostanza il secondo accordo Global methane pledge promosso da Ue e Stati Uniti per ridurre di almeno il 30% le emissioni di metano (gas serra 28 volte più dannoso della Co2). Arrivarci significherà una riduzione dell’innalzamento delle temperature di 0,2 gradi al 2050. Parecchio. Oltre 100 Paesi hanno aderito alla promessa. Peccato che tre dei maggiori paesi emettitori di metano – Russia, Cina e India – non siano della partita. Sono gli stessi, non a caso, che non vogliono nuovi impegni di taglio alle emissioni. Da oggi e fino a sabato, in Cop26, spazio ai negoziatori sui temi in agenda per tirare la fila la prossima settimana.