Marcella Cocchi Mostrate a un piccolino un robot di plastica tutto luci e rumorini. Si esalterà. Farà i capricci per averlo, subito. Inutile dirgli che si romperà in fretta e che, alla millesima piroetta, l’aggeggio dai colori smaltati finirà nel dimenticatoio dei giocattoli. Ora provate a dare allo stesso...

Marcella

Cocchi

Mostrate a un piccolino un robot di plastica tutto luci e rumorini. Si esalterà. Farà i capricci per averlo, subito. Inutile dirgli che si romperà in fretta e che, alla millesima piroetta, l’aggeggio dai colori smaltati finirà nel dimenticatoio dei giocattoli. Ora provate a dare allo stesso bambino un bidoncino con i legnetti: effetti speciali zero. La sua reazione sarà tiepida, ma basta un po’ di entusiasmo, la proposta di creare assieme città piene di torri sbilenche, e si metterà in moto la fantasia. L’oggetto più naturale anche al tatto diventerà irrinunciabile.

Skye, la ragazzina di 10 anni che in Galles ha ispirato la messa al bando dei giochi di plastica, approverebbe non perché si è riaccesa la mente di un pupo impigrito, ma nel nome del pianeta da salvare. Sfiniti dalla moltiplicazione delle Greta Thunberg, i cinici chiederebbero una tregua al nuovo corso verde. Tutti un po’ lo pensiamo: c’è il Covid, alla plastica ci si penserà poi. Eppure c’è una ragione molto concreta per stare dalla parte di Skye e dei legni, pur senza arrivare al fondamentalismo ecologico. E la ragione è quella di poter spiegare ai piccoli (e grandi) che ‘costruire’ il futuro in fondo assomiglia molto allo sforzo dell’immaginazione. I giovani sono sensibili a questi temi, il cinismo è roba da Novecento. Ecco, l’unico appunto semmai, potrebbe essere per costruttori e politici che dispensano incentivi: i giochi ecologici costano troppo, sembrano beni di lusso. In questo senso paiono davvero il divertissement dei radical chic. E così non va.