Ruby Rubacuori e Silvio Berlusconi
Ruby Rubacuori e Silvio Berlusconi

Piero Degli Antoni
MILANO, 19 luglio 2014 - C’È UNA FOTO tratta da Facebook che riassume il senso di tutta questa storia: Karima El Marhroug mollemente adagiata, col suo chilometro e mezzo di gambe, nelle acque cristalline di Playa del Carmen, Messico. Nella località turistica la ragazza marocchina ha comprato un ristorante-resort per un milione e mezzo, mentre a Dubai progetta di comprare tre appartamenti. Nella foto, Karima detta Ruby sorride spensierata. Non lo sareste anche voi?

Chi l’avrebbe detto, soltanto cinque anni fa. Era il 7 settembre del 2009 e Karima non ancora Ruby sfilava in passerella a 17 anni sotto il naso di uno strabiliato Emilio Fede durante il non indimenticabile concorso «Una ragazza per il cinema» a Sant’Alessio Siculo. Prima di aggrapparsi a quella fragile scialuppa di salvataggio, la vita di Karima era stata un’incessante tempesta. Figlia di immigrati marocchini, vive in condizioni precarie a Letojanni, a nord di Taormina. Il padre, commerciante ambulante, vorrebbe che la più grande dei quattro figli seguisse i dettami della religione islamica e sposasse un connazionale. Forse usa anche le maniere forti, almeno secondo Ruby. Ma Ruby ha altro per la testa, vuole vivere come gli italiani, soprattutto quelli che vede in tv: macchine, lusso, soldi. Si ribella alla famiglia, entra e scappa da vari centri per minorenni. Finché finisce a Milano. Ricostruendo la sua contorta biografia, la polizia la inserisce in un gruppetto di prostitute d’altro bordo. Siamo al maggio del 2010, quando Ruby — ancora minorenne anche se per poco — frequenta già casa Arcore da febbraio (almeno 13 volte), uscendone con buste gonfie e piccoli cofanetti che non aveva all’entrata (ai tempi già contabilizzava 240mila euro in collanine). Ma è ancora solo una delle tante che frequentano le cene eleganti, dove belle ragazze poco ingenue frequentano uomini più attempati, tra cui il premier Berlusconi. 
La fortuna di Ruby arriva attraverso quello che potrebbe invece sembrare un rovescio della sorte. 
Il 27 maggio Ruby viene arrestata in corso Buenos Aires con l’accusa di aver rubato alcune centinaia di euro (la rata dell’affitto) in casa di Katia Pasquino, un’altra figura del demi monde milanese che gestisce un centro estetico. Karima viene portata in questura, sembra l’ennesimo inciampo il prologo di un ulteriore ricovero in un centro per minori, e invece dall’alto arriva l’intervento risolutore. Una telefonata di, nientemeno, il Presidente del Consiglio. Il quale avverte che la fermata minorenne è nipote del presidente egiziano Mubarak e quindi, per delicatezza diplomatica, andrebbe immediatamente rilasciata e affidata alla consigliera regionale Nicole Minetti, che sta accorrendo dalla polizia. 
In questura s’intrecciano telefonate frenetiche tra funzionari e il pubblico ministero interpellato poiché si tratta di una minorenne. Alla fine, Ruby viene affidata alla Minetti, che però la gira immediatamente a Michelle Oliveira Conceicao Dos Santos (era stata proprio lei ad avvertire Berlusconi dell’arresto). 

È PROPRIO quella telefonata che in qualche modo divide in due la linea del destino non solo di Berlusconi (che per la chiamata verrà processato, condannato, il 24 giugno di un anno fa, a 7 anni, e ora assolto) ma soprattutto di Ruby. 
Mentre quella del Presidente si spezza e precipita verso il basso, quella della ragazza sale vertiginosamente verso l’alto come uno Space Shuttle. Per stare dietro alle sue dichiarazioni giudiziarie servirebbe un manipolo di esegeti biblici: prima testimone dell’accusa, poi della difesa, intercettazioni a piovere in cui dice qualsiasi cosa, conferenze stampa improvvisate sulle scale del palazzo di Giustizia di Milano, alla fine le sue versioni sono così confuse e contraddittorie che né il pubblico ministero né gli avvocati difensori se la sentono di citarla come teste. Forse la frase più sincera l’ha pronunciata ieri: «Sono felicissima, sono felice non solo per Silvio ma anche per me, non ci speravo». Nel frattempo Ruby non si è fatta mancare nulla. Un marito, Luca Risso, manager di locali notturni, una figlia, Sofia Aida, soprattutto un florido paradiso privato, acquistato chissà come, tra il Messico e Dubai. Ce la voleva fare e ce l’ha fatta. Ieri è arrivata anche l’assoluzione. E tutti vissero felici e contanti.