di Letizia Gamberini Settantasette anni separano le foto, che ci colpiscono ogni volta come uno schiaffo, dei soldati americani con in braccio i piccoli di Kabul e quella del custerman Martin Adler sorridente con tre fratellini trovati in un cesta sulla Linea Gotica a Monterenzio, nel Bolognese. La furia della Seconda Guerra Mondiale ieri, l’inferno dell’Afghanistan di oggi. Immagini di guerra – quei piccoli fra il filo spinato che ricevono un sorso d’acqua, così come i bambini del passato che ancora oggi ricordano con affetto i regali di quei soldati alleati che li prendevano in braccio – ma anche storie di umanità. C’è un filo rosso che oggi lega questi uomini, che...

di Letizia Gamberini

Settantasette anni separano le foto, che ci colpiscono ogni volta come uno schiaffo, dei soldati americani con in braccio i piccoli di Kabul e quella del custerman Martin Adler sorridente con tre fratellini trovati in un cesta sulla Linea Gotica a Monterenzio, nel Bolognese. La furia della Seconda Guerra Mondiale ieri, l’inferno dell’Afghanistan di oggi. Immagini di guerra – quei piccoli fra il filo spinato che ricevono un sorso d’acqua, così come i bambini del passato che ancora oggi ricordano con affetto i regali di quei soldati alleati che li prendevano in braccio – ma anche storie di umanità. C’è un filo rosso che oggi lega questi uomini, che dai fronti di guerra stanno dalla parte dei civili.

Lo ha testimoniato bene Adler, 97enne che dalla Florida ieri è atterrato a Bologna per incontrare Bruno, Mafalda e Giuliana Naldi, oggi ultraottantenni residenti a Castel San Pietro Terme, e abbracciarli di nuovo dopo tanto tempo. "L’ho sognato per tutta la vita", ha detto, inossidabile (e vaccinato) dopo il lungo volo da Miami in un mondo squassato dalla pandemia. Ed è arrivato porgendo loro una rosa e barrette di cioccolato, proprio come faceva in quell’autunno del 1944. "L’ho portata perché i bambini amavano la cioccolata", ricorda, con ancora il sollievo nel cuore per non avere sparato, quel giorno, quando vide una cesta muoversi in una casa apparentemente deserta. "Ho visto i giornali – considera in riferimento all’Afghanistan – sarei felice se la guerra finisse". E sulle immagini di oggi coi piccoli affidati dai genitori ai militari "credo che i bambini ci insegnino ad amare. Se i soldati fossero i bambini, non ci sarebbero guerre. Nessuno sparerebbe". Come non sparò lui, nel ’1944, per un soffio. "Quando ho visto uscire dalla cesta i piccoli invece dei tedeschi, ho fatto un grande sorriso e pianto di gioia. Ma la loro mamma, entrata nella stanza urlando ’bambini, bambini, bambini!’ per non farmi premere il grilletto, è stata il vero eroe, non io". Ci ha pensato tanto Adler a quel momento, lui che in guerra aveva un’ottima mira, e, nonostante una medaglia di bronzo, quella guerra spesso la vorrebbe dimenticare ("tante persone assieme me hanno dovuto sparare"). Ma il suo ricordo più bello è sempre stato quello dei bimbi incontrati,e fotografati. E ritrovati.

"Il mio messaggio è basta guerra – prosegue Adler –. L’amore è il più bel sentimento del mondo. Abbiamo una sola vita da vivere e dobbiamo farlo amando. Pace è la parola più importante". Adler, dopo la tappa bolognese – ieri ha visitato la casa di Monterenzio in cui la famosa foto venne scattata – proseguirà il viaggio a Scarperia (Firenze), proseguendo fino a Napoli, passando per Roma. Qui sarà ricevuto in Campidoglio dalla sindaca Raggi, ma sogna di incontrare il Papa "per lanciare insieme un messaggio di pace".

Nel frattempo si è goduto l’accoglienza al Marconi, dove è arrivato con la moglie Elaine, la figlia Rachelle e il genero. "Grazie dal profondo del mio cuore, grazie bellissima Italia". E allora c’è spazio per la commozione dei fratelli ("siamo felicissimi") e dei baci, come quello che si scambiano Martin e Giuliana, seduta sulle sue gambe. Un affetto durato 77 anni. Quel gesto di pace, quando Martin si fece fotografare coi tre bimbi cui la mamma volle mettere il vestito buono, non si è perso nel tempo. Nonostante quegli "hard days", ricorda Martin. Ieri come oggi.