Maurizio Diotallevi, che ha confessato d'aver ucciso e fatto a pezzi la sorella (Ansa)
Maurizio Diotallevi, che ha confessato d'aver ucciso e fatto a pezzi la sorella (Ansa)

Bologna, 17 agosto 2017 - Professor Ariattii, Maurizio Diotallevi ha confessato di avere ucciso la sorella, pare per questioni economiche, e poi di averla fatta a pezzi. Un gesto che ha tanti precedenti: può avere un valore simbolico?
"Sarò pragmatico – risponde il professor Renato Ariatti, psichiatra e docente all’Alma Mater di Bologna –: non sembra che in questo caso l’assassino soffrisse di una patologia psichiatrica, perciò è inutile cercare simbolismi e simbologie nel suo gesto. Penso che il depezzamento del cadavere sia stato un banale tentativo di nascondere più facilmente il cadavere e cercare di cavarsela". 
Una scelta dettata dall’opportunità.
"Sì, ci leggo un’azione più malvagia che patologica. Del resto, il killer non è un ragazzino, ha 62 anni: probabilmente trasportare il corpo della sorella, per lui, non era semplice. Mettere un cadavere in una valigia e spostarlo senza essere notati non è impresa da poco. Può avere deciso di farla a pezzi per facilitarsi il trasporto". 
E sperare di farla franca.
"Anche, come evidenzia il fatto che abbia distribuito il corpo in più cassonetti dell’immondizia: se lo avesse buttato in un unico posto, c’erano più possibilità che qualcuno lo notasse, o che, con questo caldo, emanasse in fretta un forte cattivo odore". 
Però i cassonetti erano vicini: due erano persino nella stessa via, per di più quella in cui i due vivevano.
"Magari l’uomo è stato ingenuo e disattento, non ha pensato a tanti fattori che avrebbero potuto smascherarlo, come il fatto che in zona ci fossero delle telecamere. È molto probabile che non fosse pienamente in grado di riflettere adeguatamente, date l’angoscia e la fretta del momento". 
Doveva nascondere le tracce il prima possibile.
"Se il corpo non fosse stato notato prima e fosse entrato nella ‘filiera dei rifiuti’, probabilmente sarebbe finito in una discarica e nessuno l’avrebbe mai più ritrovato. Non sarebbe la prima volta che succede". 
Non ha fatto a pezzi la sorella per odio o spregio, dunque. 
"Non in questo caso. Se ci fossimo trovati davanti a una malattia mentale, magari con allucinazioni o ‘voci’ che suggerivano di fare a pezzi il cadavere, la cosa avrebbe assunto un significato diverso. Sarebbe stato un sintomo della patologia, con un significato che sarebbe potuto variare dalla manifestazione di odio o disprezzo per la vittima alla volontà di purificazione da parte dell’assassino, che magari ne avrebbe conservata una parte per ‘nutrirsi della sua energia’ o cose simili. Capisco che susciti orrore, ma dietro alla malvagità umana, che non ha limite, non è detto ci sia per forza una patologia psichiatrica. Del resto, gli omicidi più efferati sono spesso commessi da persone di cui poi i vicini di casa dicono ‘Era così gentile, salutava sempre’...".
Se l’autopsia lo confermerà, pare che la donna sia stata prima strangolata e poi fatta a pezzi.
"A riprova del fatto che non c’è stato un accanimento particolare su di lei. Anche se non si può parlare di un impeto d’ira: strangolare una persona non è immediato, ci sono tanti momenti in cui ci si può fermare. Se il fratello l’ha uccisa, è perché voleva farlo, intendeva farle del male. Poi, farla a pezzi è stata probabilmente solo una strategia – per quanto risultata inefficace – di ‘limitare i danni’. E provare a farla franca".