di Elena G. Polidori La detonazione è avvenuta un attimo dopo l’annuncio dell’elenco dei nuovi ministri da parte del nuovo premier, Mario Draghi. In un attimo, i parlamentari 5 Stelle si sono resi conto che il bottino di poltrone portato a casa era assai magro. Che Di Maio ha lavorato senza dubbio per se stesso e per il fido Patuanelli (ma si vedrà anche come andrà sui sottosegretari) e che soprattutto quell’agognato super-ministero per la Transizione ecologica, con cui Beppe Grillo ha fatto ingoiare la pillola dell’appoggio al "capo dei banchieri" (cit. Elio Lannutti), era finito nelle mani di un tecnico, Roberto Cingolani. "Non uno di noi", si sottolinea nella base parlamentare. In...

di Elena G. Polidori

La detonazione è avvenuta un attimo dopo l’annuncio dell’elenco dei nuovi ministri da parte del nuovo premier, Mario Draghi. In un attimo, i parlamentari 5 Stelle si sono resi conto che il bottino di poltrone portato a casa era assai magro. Che Di Maio ha lavorato senza dubbio per se stesso e per il fido Patuanelli (ma si vedrà anche come andrà sui sottosegretari) e che soprattutto quell’agognato super-ministero per la Transizione ecologica, con cui Beppe Grillo ha fatto ingoiare la pillola dell’appoggio al "capo dei banchieri" (cit. Elio Lannutti), era finito nelle mani di un tecnico, Roberto Cingolani. "Non uno di noi", si sottolinea nella base parlamentare. In quegli stessi minuti Di Battista ha soffiato sul fuoco con una domanda urticante sui social: "Ma ne valeva la pena? FI in ruoli apicali è inaccettabile".

La rabbia è esplosa, e non solo tra le file dei cosiddetti dissidenti. Perché ormai, per dirla con un senatore di rango, non ha più senso fare l’elenco di chi si chiama fuori, "si fa prima a contare quelli rimasti favorevoli…". A spanne – perché la situazione è in evoluzione – saranno più del previsto quelli che potrebbero dire no alla fiducia a Draghi, ma a tracimare sarà soprattutto il gruppo di Palazzo Madama, dove potrebbero girare le spalle al presidente Draghi una trentina dei 92 senatori stellati, mentre alla Camera la spaccatura sarebbe meno incisiva (si parla di circa 20 dissidenti, ma non è detto).

Quella di ieri, dunque, è stata una giornata in crescendo di rabbia e di dolore dentro le fila parlamentari del M5s, cominciata dalla consapevolezza che il quesito posto ai militanti su Rousseau di fatto era una presa in giro, non corrispondente alla realtà che poi si è palesata. E, dunque, ai sensi dello Statuto, che lo prevede, è stato chiesto un nuovo voto, sempre sulla piattaforma, stavolta con un quesito chiaro: "Volete dare o no la fiducia al governo Draghi?". "Quando ho visto che Forza Italia ha ben tre ministri – urlava nel cellulare ieri sera una parlamentare stellata –, gli hanno dato il Sud per riprendersi i voti e a noi rimangono le briciole: ma scherziamo?".

Non usa mezzi termini neppure il deputato Luigi Iovino: "Lo capisce chiunque che ci hanno trattato come deficienti dandoci questi ministeri. Non è accettabile avere un peso politico più basso di LeU. La Lega ora gestisce i soldi del Recovery, noi abbiamo perso il Mise. Questo è difficile da accettare". Furibondo anche il presidente dell’Antimafia, Nicola Morra: "Il Movimento o torna a essere Movimento o sparirà". C’è anche chi, poi, non ce la fa più e sbatte la porta come Giuseppe D’Ambrosio: "Ci siamo ficcati in un vicolo cieco, io non posso rinnegare me stesso".

Intanto, Beppe Grillo – chiamato dalla Lezzi per chiedere il nuovo voto – ha tirato il freno a mano, un nuovo voto su Rousseau sarebbe la fine vera, certificata, dei 5 Stelle: "Da oggi – ha risposto – si deve scegliere. O di qua, o di là". Ma a giudicare dalle reazioni (in chiaro e non), l’intervento del garante M5s non sembra aver sortito alcun effetto. Perché a sera sia i senatori che i deputati si sono riuniti in assemblea per decidere il da farsi. E, tra l’altro, non ci sono solo i ’No Draghi’. Il clima è pessimo anche fra i sostenitori della linea ufficiale. Mattia Fantinati (Senato), ad esempio, se l’è presa con Crimi, perché a trattare "c’era lui, non io…". E l’accusa al reggente è quella di essersi fatto raggirare "da chi poi è diventato ministro…". La resa dei conti è arrivata.