Al governo "chiediamo di rivedere i contratti di lavoro che devono essere improntati sulla produttività e flessibilità. Va cancellato il Decreto dignità e vanno reinseriti i contratti a termine perchè in questa fase difficile è importante cercare di mantenere alta l’occupazione". Il presidente di Confindustria Lombardia, Marco Bonometti, rilancia il tema dell’eliminazione delle misure che impediscono di rinnovare i contratti a termine dopo 24 mesi, un vincolo diventato ancor più insostenibile per le aziende con la crisi Covid. Bonometti affronta anche il tema del blocco dei licenziamenti che, per ora, ha evitato dei "grossi choc". Ma il problema si avrà quando sarà tolto il "blocco e temo che ci sarà un contraccolpo verso l’autunno".

1 - Assunzioni limitate a 24 mesi

La stretta drastica sui contratti a termine e sulla somministrazione è stata la prima bandiera dei 5 Stelle tradotta in norme. A giugno 2018, con Luigi Di Maio ministro del Lavoro, è stato approvato il cosiddetto Decreto dignità, con la previsione di vincoli, limiti e costi aggiuntivi per i rapporti a tempo determinato e quelli in somministrazione.

Un’operazione che doveva avere, nelle intenzioni dei grillini (a cominciare dal tecnico di area Pasquale Tridico, diventato poi presidente dell’Inps) l’obiettivo di stabilizzare i contratti temporanei. Nella realtà, l’effetto è stato quello di cancellare la liberalizzazione introdotta dall’ex ministro Poletti e confermata dal Jobs Act: si è innescata una girandola di rapporti di lavoro di durata limitata per centinaia di migliaia di lavoratori.

La principale stretta, oltre a proroghe e rinnovi, ha riguardato la possibilità di stipulare contratti a termine solo fino a 12 mesi "senza causale", mentre la durata massima del rapporto è stata ridotta da 36 a 24 mesi.

Dopo i 12 mesi, il contratto deve comunque essere giustificato da esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività, ragioni sostitutive o connesse a incrementi significativi e non programmabili.

2 - Politiche attive e navigator mai decollati

L’emergenza Coronavirus, oltre a dimostrare i limiti ostruzionistici delle regole sui contratti a termine, sta rivelando il fallimento delle politiche attive per il lavoro. I circa tremila navigator, assunti per favorire l’occupazione dei titolari di reddito di cittadinanza, sono stati pagati per stare in smart working, senza produrre un solo occupato in più, ma, anzi, ottenendo anche il bonus di 600 euro in larghissima maggioranza in quanto inquadrati come co.co.co. 
L’Anpal, a sua volta, è di fatto paralizzata dalla gestione del grillino Domenico Parisi, senza che si registri un solo intervento di valorizzazione dei centri per l’impiego pubblici neanche nella Fase 2.

3 - Il paradosso della Cassa integrazione

Il decreto Rilancio ha al suo interno una disposizione, introdotta alla Camera, che impone l’allungamento ope legis della durata dei contratti a termine per un periodo equivalente alla cassa integrazione utilizzata dall’azienda. 
La norma, oltre a rappresentare un vulnus all’autonomia delle imprese e a cambiare in corsa le carte in tavola, di fatto impone l’obbligo di mantenere in piedi un rapporto di lavoro concluso secondo la seguente logica: tanto più ampio è stato l’uso dell’ammortizzatore (che presuppone uno stato di difficoltà dell’azienda) maggiore dovrà essere il periodo in cui il lavoratore rimane a carico dell’azienda, anche se questa non ha attività da affidargli. 
In pratica ci si riprende con la mano sinistra quello che è stato dato con la destra.

4 - Insufficiente il mini-stop fino ad agosto

I decreti per l’emergenza Coronavirus hanno sospeso i vincoli e le condizioni restrittive previste dal Decreto dignità per i contratti a termine e la somministrazione. Ma solo per un periodo di tempo molto limitato, e cioè dal 23 febbraio al 17 agosto. 
Il problema è che proprio nella fase di lockdown dovuto alla pandemia sono scaduti migliaia di contratti di lavoro temporanei (circa 500mila secondo i calcoli degli analisti della Banca d’Italia) e non sono stati rinnovati proprio per il fermo delle attività. 
Il limite del 17 agosto, a sua volta, come hanno osservato gli esperti e le associazioni d’impresa, è, del resto, troppo limitato rispetto alla possibile ripresa nella fase post-crisi perché possa spingere a stipulare nuovi contratti o a rinnovare quelli in scadenza senza tenere conto delle regole del Decreto dignità. 
Da qui, la richiesta di una liberalizzazione almeno per tutto il 2021 per agganciare la ripartenza con occupazione flessibile e senza rigidità. L’impatto del Covid è stato talmente devastante che risulta improbabile che le imprese, infatti, possano assumere da subito a tempo indeterminato.