Massimiliano Giancaterino e Maria Perilli
Massimiliano Giancaterino e Maria Perilli

Pescara, 27 settembre 2019 - Denuncia un'aggressione l'ex sindaco di Farindola (Pescara), Massimiliano Giancaterino, funzionario della polizia locale, tra i 25 imputati per il disastro dell'hotel Rigopiano e fratello di Alessandro, maitre dell'hotel, tra le 29 vittime. "Stavo prendendo un caffè con i miei avvocati, quando sono stato colpito da una donna. Mi ha picchiato, mi ha riempito di pugni in testa e in faccia, senza motivo. Sono caduto a terra e ha continuato. Sono al pronto soccorso, in attesa di accertamenti. Presenterò querela", dichiara in mattinata l'ex primo cittadino. L'episodio è accaduto durante una pausa della seconda udienza preliminare per la strage del 18 gennaio 2017. 

La donna che Giancaterino non nomina è Maria Perilli, madre di Stefano Feniello, mai tornato da una breve vacanza nel resort per il suo compleanno (il giorno prima di morire, aveva festeggiato sul Gran Sasso i suoi 28 anni). La mamma ricostruisce l'episodio così: “Sono andata al bar, l’udienza era stata sospesa per un’ora. Giancaterino era vicino al bancone, si è girato e mi riso in faccia. Non ci ho visto più e gli sono saltata al collo. Gli ho gridato, hai firmato la condanna a morte di mio figlio. Era sindaco quando l’hotel Rigopiano è stato ampliato. Si è buttato a terra, ha cominciato a urlare. Sono un metro e cinquanta, non alta e robusta come lui. Quanto male gli posso aver fatto? Pentita? Assolutamente no. Lui prende il caffè serenamente al bar e mio figlio è morto”. "Dice che gli ho riso in faccia? Ma se, non l'ho neanche vista. Se tornerò in aula? Sono in attesa di qualche esame, vediamo", la replica di Giancaterino. Ma poi il difensore ha presentato il  certificato del 118, è scattato il legittimo impedimento e il giudice ha rinviato l'udienza, che è stata aggiornata al 25 ottobre. 

C'è amarezza, tra le famiglie. Erano tutte lì, un'altra volta. Indossavano le magliette con i volti dei loro cari. Ci sono anche anziani, tornano a casa delusi per quell'udienza che è finita prima di cominciare. Uniti nel comitato  vittime guidato da Gianluca Tanda. Feniello non ne fa parte e lo ricordano subito. Più tardi affidano a una nota i loro sentimenti. Con una conclusione: "La rabbia e il dolore, che ognuno dei parenti delle vittime vive da 32 mesi, pur giustificati, non possono e non devono sostituirsi ai giudici e al nostro ordinamento giuridico". Il marito di Maria Perilli, Alessio Feniello, è sotto processo per aver violato i sigilli dell'area dove è morto il figlio. Era in tribunale proprio ieri 26 settembre, per l'opposizione. Tutto rinviato ad aprile. "Mia moglie sta male - ripete nel pomeriggio Feniello -. Prende medicine da quando si alza a quando va a dormire. Noi siamo già stati condannati. E' una condanna quotidiana, la morte di Stefano". 

L'avvocato romano Romolo Reboa, che difende diverse famiglie delle vittime, è comunque perplesso per la sospensione dell'udienza. “Davvero incredibile - commenta -. L’aula è stata sgomberata per un altro processo, è la prima volta che mi capita in 40 anni di professione. Eravamo decine di colleghi, decine di familiari dei 29 morti. Siamo entrati, hanno fatto l’appello, operazione comunque lunga, visti i numeri. Poi ci è stata comunicata la sospensione di un’ora, l'aula serviva perché dotata di certi strumenti tecnici.  Così vittime e accusati di omicidio colposo sono usciti insieme e si sono ritrovati al bar. Anche allo stadio le opposte tifoserie sono separate. Qui no. Dopo l'incidente tra la madre di una vittima e un ex sindaco imputato, avevo proposto di stralciare quella posizione per andare avanti. Invece è stato deciso di rimandare tutto".

In serata Giancaterino torna a casa con una prognosi di dieci giorni e una certezza: "Farò denuncia". Una volta ha detto, mi sarei tagliato il braccio destro se avessi saputo, riferito alla valanga e agli atti che ha firmato.  "Quella dichiarazione l'ho fatta il giorno dopo aver riconosciuto mio fratello all'obitorio - ricorda Giancaterino, che come sindaco ha autorizzato gli ultimi lavori di ristrutturazione dell'hotel Rigopiano, nel 2008 -. Ero sotto choc. Anche oggi mi sento come un genitore che ha comprato un'auto al figlio, lui si schianta dopo tre giorni e muore. Ma non mi considero responsabile di quelle morti". Vive a Farindola, il paese delle vittime e degli accusati. Un incastro drammatico. Ha mai pensato di andare via? "Assolutamente no. Faccio il pendolare con Pescara, 50 chilometri ogni giorno per tornare a casa. Vero, in passato ci sono stati momenti di tensione, di confronto anche aspri. Ma non si era mai arrivati ad alzare le mani".  L'udienza è stata rinviata, le dispiace? "Ho tutto l'interesse che la giustizia sia veloce e raggiunga il suo scopo il prima possibile - risponde -. Sia come fratello di una vittima sia come imputato. Perché desidero chiarire la mia posizione". Però tra i tanti avvocati che erano in aula - molti arrivati da fuori -  si è fatta largo una preoccupazione. il rischio di veder traslocare il processo per "incompatibilità ambientale", cosa che costringerebbe a ripartire da capo.